In queste difficili settimane, il nostro paese è lacerato dal Covid-19, il nuovo virus che tanti lutti e tante sofferenze sta portando in Italia e in gran parte del mondo. Un virus che ci fa molta paura e che ci ha colto impreparati, alla sprovvista, quasi inermi, incapaci di reagire, se non rispolverando antiche, e si spera efficaci, armi: le chiusure, le quarantene, l’isolamento e il distanziamento sociale.

E accanto al sostegno morale e materiale ai nostri medici, infermieri, farmacisti e a chiunque sia in prima linea alla lotta alla nuova malattia, siamo chiamati a pensare al dopo, ad un nuovo futuro.

Un nuovo futuro evocato dai discorsi di politici e giornalisti, di analisti e imprenditori, gridato dai balconi e dagli spot governativi e aziendali, sempre accompagnati dal Canto degli Italiani e dal tricolore.

Il tricolore. L’inno. Simboli che ci uniscono, che ci rassicurano e ci galvanizzano nella battaglia contro il Covid-19, che si deve e si può vincere. Come si deve e si può costruire un futuro per questo paese, dopo l’emergenza, dopo i lutti.

Ma stiamo attenti, molto attenti. Ora che stiamo faticosamente progettando questo nuovo futuro, che ancora non vediamo, ma che aneliamo, stiamo in guardia a non infettarlo già alla nascita con certe malattie croniche che da molto tempo ci tormentano: l’egoismo dell’evasione fiscale, la cecità dei tagli alla sanità, l’avidità della corruzione, la violenza delle mafie, la distruzione del nostro ambiente, il menefreghismo di fronte a chi soffre nelle celle, nei barconi, nei campi o su una bicicletta.

Malattie brutte, che ci hanno fatto tanto male. E soprattutto stiamo molto attenti a non far entrare nel nostro futuro il più subdolo e camaleontico dei virus, un virus antico di un secolo, ma che non è scomparso con il passare degli anni.

Il virus di cui stiamo parlando è stato identificato tanti anni fa a Milano, in piazza San Sepolcro, il 23 marzo 1919. Molto probabilmente è frutto di una mutazione del morbo del nazionalismo, ma fin dall’inizio ebbe la capacità di innestarsi in corpi sani, assumendone le sembianze e le simbologie.

Un virus rapido, cangiante, a volte chiaramente individuabile, a volte subdolo e misterioso. Non è un virus naturale, ma venne creato da un maestro elementare romagnolo che soffriva di calvizie.

Non sono chiare le sue motivazioni: forse, abbandonato dai suoi vecchi amici che non erano voluti andare a fare la guerra con lui, si sentì solo, poco amato, con poche persone attorno, forse meno dei suoi capelli. E allora creò il morbo affinché tutti lo desiderassero, lo amassero e lo ammirassero.

Nel giro di pochi anni, il virus mutò, divenne più violento e subdolo, e stranamente indusse le persone a vestirsi con indumenti di colore nero e a fare strani gesti con il braccio destro al maestro. Colpì dapprima molti giovani, ma poi contagiò tutte le età, e nel giro di breve tempo non ci fu zona d’Italia libera da questo morbo.

Ci furono alcuni che si mostrarono immuni, ma il virus colpiva il cervello per cui gli infetti credettero che gli immuni fossero gravemente ammalati e che l’unica via di salvezza fosse eliminarli, per il bene di tutti. I sani furono allora silenziati, dovettero nascondersi o lasciare il paese. Ma un virus non conosce frontiere e ben presto raggiunse altri paesi europei, soprattutto Germania e Spagna.

Oggi gli epidemiologi ci dicono che in Germania era presente fin dai primi anni ‘20, specialmente con un focolaio in una birreria di Monaco, ma fu solo dagli anni ’30 che dilagò in tutto il paese a causa di un avventore di quella birreria, un pittore austriaco con poco talento e una voce gracchiante e sgradevole.

Qui, fra l’altro, indusse a violente manifestazioni contro quelli a cui non piaceva il maiale e che si riposavano di sabato. Pochi anni dopo divampò nella penisola iberica, portato da un soldatino a cui piacevano i cavalli e i film western – anche lui aveva pochi capelli…chissà. Molti altri paesi si ammalarono: Portogallo, Norvegia, Austria, e raggiunse persino l’America e l’Asia.

Fra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’40, l’epidemia divenne violentissima: la fase cerebrale del virus era ormai esplosa e i malati iniziarono una guerra contro i sani. Ci furono tanti lutti e tante sofferenze, molto più di oggi. Ma proprio quando la situazione sembrava disperata, il virus iniziò a mollare la presa sui cervelli, soprattutto fra i giovani, proprio nel momento in cui alcuni medici immuni scoprivano il vaccino, che altro non era che un cocktail di alcune medicine già conosciute: istruzione, cultura, giustizia, equità sociale, solidarietà e partecipazione.

Ma la somministrazione ai malati non fu semplice: alcuni dapprima si rifiutarono, continuarono i lutti e le sofferenze, ma poi quasi tutti guarirono, capirono e ringraziarono quei coraggiosi medici. Fra il 1945 e il 1946, parve che l’Italia fosse libera da questo morbo: tutti scesero per le strade, nelle piazze, cantavano e festeggiavano. Rimase famosa la foto di una ragazza, Anna Iberti, che teneva alto nelle mani un foglio di giornale che annunciava a tutti la fine dell’epidemia.

Quelli seguenti furono anni bellissimi, anche se duri: c’era da ricostruire un paese e un continente, c’erano da rimarginare lutti e curare ferite, ma lo si fece con l’entusiasmo e l’orgoglio dei giovani che avevano affiancato i vecchi medici e dei vecchi medici che avevano indirizzato i giovani. Il paese venne sanificato, i focolai vennero spenti, la nostra bandiera tricolore – anche lei, poverina, era stata contagiata – curata e ripulita.

L’Italia e l’Europa – anche se in Spagna e Portogallo ci si mise ancora decenni per curare tutti – sembravano essersi liberati da questo morbo.

Ma il male non era stato estinto del tutto, era sopravvissuto, e mutò. Capì che per sopravvivere doveva cambiare. Iniziò a colpire gli amanti del tritolo e certuni che indossavano doppiopetti. Negli anni ’70 e ’80 ci furono sue violente manifestazioni che causarono tanti morti: a Milano, a Brescia, a Bologna e in tanti altri focolai, minori, ma dolorosissimi.

I vecchi medici degli anni ’40 e le nuove generazioni si unirono per combatterlo di nuovo, ma lui si nascose sempre meglio e fu sempre più difficile distinguere una persona malata da una persona sana. Nel corso degli anni cambiò ancora: le sue manifestazioni più violente e massicce cessarono, ma si innestò in altri virus, suoi parenti: il razzismo, l’omofobia, l’antisemitismo, la misoginia.

E prese una particolarità strana: i nuovi ammalati non si vestivano più di nero, ma avevano il terrore delle persone con la pelle scura, di quelle che amavano come volevano, che pregavano il Dio che preferivano, o le donne che facevano quello che gli pareva.

Per questo divenne sempre più difficile riconoscerlo e combatterlo, tanto che in diversi iniziarono a dire che fosse sparito, che quei vecchi medici erano ormai da pensionare e che i giovani immuni che cercavano di riconoscere e combattere il virus con loro erano affetti da altre patologie ben peggiori. E altri ancora arrivarono a dire che, magari sì, a volte aveva fatto male, ma non così tanto, e che comunque come effetto collaterale faceva arrivare puntualissimi i treni.

Negli ultimi anni le cose, piano piano, sono peggiorate: dal 2014 al 2019, i medici hanno contato 187 episodi di questa malattia, di cui 58 negli ultimi 18 mesi: uno ogni dieci giorni.

In diversi si sono allora spaventati, chiedendo che quel cocktail di farmaci antivirali venisse rafforzato, dato a tutti e gratuitamente. Poi è arrivato il nuovo coronavirus, il maledetto Covid-19, che tanto ci fa male, ma che ha nascosto l’altro virus, quello vecchio di 101 anni, che si è isolato pure lui, rintanato, nascosto.

Ma attenti, un virus di 101 anni è furbo, sa come infilarsi nel nuovo futuro che dobbiamo ricostruire, soprattutto quando i nostri corpi e le nostre menti sono ancora deboli e spaventati.

Oggi è il 25 aprile. Oggi, 75 anni fa, i medici di allora proclamarono finita quella bruttissima epidemia. Sconfiggiamo oggi il Covid-19, ma ricordiamoci sempre di quella cura, giovane e fresca come allora, e costruiamo un futuro senza più il virus del fascismo.

 

Scritto da Giorgio Godi, Anpi Senigallia
Vignetta di Luca "Mannaro" Santinelli