“Tanto ci punto solo un euro”

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Nel 2014, a seguito del suicidio di un giovane senigalliese, la sua famiglia e gli amici creano l’Associazione Zero Slot, con lo scopo di abbattere il tabù sul gioco d’azzardo patologico. All’interno del festival Narrazioni in fermento, organizzato dal Centro Sociale Arvultùra, abbiamo incontrato Fabrizio, padre della vittima. Ci racconta come convivere con il dramma e quali sono i suoi progetti per non far spegnere i riflettori su questo fenomeno dilagante. Andrea Michela, attivista dell’Associazione, fa il punto su attività svolte e difficoltà incontrate.

Zero Slot nasce da un dramma che l’ha colpita direttamente Fabrizio, la perdita di un figlio. Che ruolo ha assunto l’associazione nella sua vita in questi ultimi due anni e mezzo?

Duplice. Da un lato è servita a lenire il dolore, dall’altro ha rappresentato un’opportunità per parlare ai giovani e metterli a conoscenza di quelle che possono essere le cause e le conseguenze estreme del gioco d’azzardo patologico, fenomeno ancora non conosciuto abbastanza se non da chi ne è direttamente coinvolto.

Che cosa pensava del gioco d’azzardo prima di scoprire la dipendenza di suo figlio?

Quando vedevo un giocatore pensavo: “guarda questo povero scemo!” Come se fosse qualcosa che si può controllare. Mio figlio ha confessato la sua dipendenza un anno e mezzo prima dell’insano gesto. È stato un periodo molto duro per tutta la famiglia. Alla fine abbiamo provato quasi un senso di sollievo per lui, tanto è il dolore e la difficoltà di uscire dal tunnel della dipendenza.

Cosa si prova a vivere un anno e mezzo con un giocatore patologico?

Al di là dell’impatto emotivo che ha avuto su tutta la famiglia, è capitato anche che mio figlio tornasse a casa dicendo di dover restituire 700 euro ad una sala slot… Non riesci più a fare programmi, non ti puoi permettere di andare dal dentista, non puoi pensare di voler cambiare la macchina o anche solo di comprare un nuovo paio di occhiali da vista.

A distanza di quasi tre anni dalla nascita, è cambiato il suo contributo alle attività dell’Associazione?

All’inizio mi ero totalmente tuffato in questo progetto ma ero arrabbiato con lo Stato, le istituzioni e i politici. Con il tempo ho capito di voler convogliare le mie energie in modo costruttivo. Quello che oggi mi fa soffrire di più sono i sensi di colpa perché dietro ogni dipendenza c’è un disagio e non aver compreso quello di mio figlio mi fa stare male.

Andrea Michela, quali sono stati i primi passi dell’Associazione?

Inizialmente siamo stati contattati da parenti e amici di persone affette da questa dipendenza e abbiamo svolto un ruolo di intermediazione tra loro e le istituzioni preposte alla cura. È un fenomeno trattato ancora come tabù. Tutti noi sappiamo che c’è questo problema, ma nessuno ne parla. L’indifferenza fa sì che la vittima resti nascosta, e uscire dalla dipendenza diventa sempre più difficile.

Secondo lei, quale fascia di età è più a rischio e quale meccanismo può indurre un ragazzo a diventare un probabile giocatore patologico?

Quella adolescenziale. Parliamo di una fascia di età che va dai 14 ai 20 anni quando ci si interroga sulla propria identità, ci si sperimenta e ci si confronta col mondo. L’occasione per iniziare ­può essere rappresentata dalla semplice vicinanza di una sala slot alla scuola. Ubicazione sempre più frequente oggigiorno. A Senigallia, ad esempio, ce n’è una nei pressi del campus scolastico, aperta fin dal mattino. Proprio lì davanti c’è una fermata degli autobus, dove molti studenti aspettano anche un’ora prima di partire. Insomma un vero mercato autorizzato, richiamo perfetto per gli studenti che, soprattutto alla fine dell’anno scolastico, quando si ha meno da studiare ed il caldo diventa insopportabile, sono tentati ad ingannare il tempo nei locali climatizzati della sala slot.

Può descriverci l’ambiente di una sala slot?

Entrandoci l’impatto è molto forte. E’ buio, non ci sono orologi, così perdi la percezione del tempo, non ci sono finestre e si prestano soldi con facilità, come se questi non fossero frutto di fatica ed impegno. C’è la massima deresponsabilizzazione e ci si sente liberi, legittimati a fare tutto.  Questo è il mondo delle slot e, in generale, delle dipendenze. Un mondo ghettizzante e solitario. Sei a tu per tu con una macchinetta che ti ipnotizza e non lascia scampo. Anche al fumatore incallito non viene concessa alcuna tregua: c’è chi va a comprargli le sigarette e può fumare nel locale così da non distrarsi. Purtroppo quando si arriva a livelli elevati di dipendenza, la vittima non va più nemmeno a dormire se trova la sala slot aperta 24 ore su 24.

Quale logica si cela dietro le slot machine?

Dopo un po’ che si gioca ci si convince di aver capito il meccanismo e di sapere quando la macchinetta pagherà. E qui che può scattare la dipendenza. Molti gestori ci hanno raccontato di averle rimosse dai locali proprio perché loro stessi iniziavano a giocare ed a ragionare come i clienti che osservavano durante il giorno.

Sale slot e non solo. Ormai le macchinette si trovano anche negli esercizi commerciali.

I bar e le tabaccherie sono luoghi in cui si svolge buona parte di quello che attiene l’educazione e l’incontro. I gestori di questi posti ci hanno confidato che i clienti neanche li salutavano più per andare dritti alle macchinette. Quando organizziamo gli slot-mob, vogliamo creare un ambiente di condivisione. Portiamo un biliardino o dei giochi da tavola, così da ripristinare un clima sereno che favorisca la socializzazione, riportando il gioco alla sua dimensione positiva e umana.

Secondo lei Fabrizio, che ruolo ha la politica nel contrasto al gioco d’azzardo patologico?

Da qualche anno gli introiti del gioco d’azzardo sono conteggiati nel PIL. Ammesso e non concesso che lo Stato ci guadagni, la ricaduta è però sulla collettività. La politica fa il contrario di quello che dovrebbe fare. Siamo il Paese con il maggior numero di sale slot e slot machine in Europa. Risultato? L’obiettivo di combattere il gioco illegale si è perseguito “legalizzando”, ma una buona parte del gioco legale è andato a finire nelle mani dell’illegalità.

A circa tre anni dalla nascita di Zero Slot, quali risultati avete raggiunto?

Siamo riusciti a far togliere le slot a diversi bar e circoli. Tutti quelli che ci hanno conosciuto, che si sono avvicinati alla nostra Associazione, ora hanno un approccio diverso alla problematica e vedono il fenomeno da una nuova prospettiva. Saper identificare e riconoscere un comportamento ti aiuta a ricondurlo ad una serie di aspetti che così riesci a valutare.

Che futuro immaginate per la vostra Associazione?

(Fabrizio): Zero Slot non durerà per sempre. Ed è giusto così. Vorrei che la nostra Associazione si aprisse ad altri ambiti del sociale fino ad entrare nei contesti più a rischio dove c’è maggiore fragilità. Sarebbe la maniera migliore per non far spegnere la fiammella.

(Andrea Michela): Ci piacerebbe diventare un vero e proprio sportello in grado di affrontare il problema della dipendenza dal gioco d’azzardo tramite un approccio multidisciplinare, data la complessità del fenomeno. Occorrono persone formate e qualificate altrimenti si rischia di fare danni a dispetto delle buone intenzioni che ci animano. L’appello a collaborare con noi resta sempre valido.

Autore: Claudia Giacomini & Nicola Mariani
Foto: Mirko Silvestrini
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