“Stringiamo i denti e andiamo avanti. Speriamo non duri ancora molto, altrimenti qui finiamo tutti a gambe all’aria. Letteralmente”.

È il commento salace di una ragazza, S., sex worker nella provincia di Ancona, riguardo la sua attuale situazione, sua come di molte altre persone, in questa fase della quarantena ormai inoltrata. “Se chiedi alle assistenti sociali del comune, ti mandano alla Caritas, per loro non esistiamo”.

Tra i settori economici colpiti dagli effetti negativi della quarantena, quello del sesso a pagamento risulta uno dei maggiormente colpiti. Come in tanti altri comparti economici, è venuto a mancare quasi completamente lo stimolo da parte della domanda, ovviamente sospesa per l’impossibilità di avere contatti interpersonali di ogni genere: assenza di clienti significa assenza di prestazioni, quindi di guadagni.

A differenza di tanti altri settori però, per i quali sono previsti sussidi e misure di sostegno ordinarie e straordinarie, create ad hoc per la sussistenza in quarantena, la mancata regolamentazione del settore cosiddetto “a luci rosse” non consente alcun tipo di aiuto istituzionale. Il lavoro delle/dei sex worker in Italia risulta infatti permesso, ma non essendo regolato in alcun modo diventa impossibile per chi ci lavora diventare un regolare cittadino contribuente.

“È il nostro sistema a non riconoscere le persone irregolari” commenta Giulia Atipaldi, assistente sociale e responsabile del settore Emersione dell’associazione Free Woman Onlus, ente antitratta che opera sul territorio marchigiano.

La normativa italiana in merito alla prostituzione appare incompleta e crea molte zone grigie. Quando si parla di sex work si fa riferimento alla famosa legge Merlin del 1958. Legge che vede la luce nel contesto di un ampio dibattito sulla legittimità o meno delle case chiuse, che diventano illegali con l’entrata in vigore della legge nel febbraio del ‘58.

Nel testo non si trova alcun riferimento all’esercizio della professione, ma al contesto in cui si svolge: sono illegali i luoghi del meretricio e chi trae profitto dalla prostituzione altrui. L’unico aspetto perseguibile della professione è la promozione dell’attività nei luoghi pubblici; l’articolo 5, commi 3 e 4 prevedeva infatti la reclusione fino ad otto giorni e la sanzione amministrativa nei casi in cui le prostitute avessero invitato “al libertinaggio in modo scandaloso o molesto” o “seguendo per via le persone”.

Con le modifiche apportate dal D.lgs 30/12/1999 la reclusione è stata sostituita con la sola sanzione amministrativa, rendendo un eventuale comportamento “improprio” sulla pubblica piazza un semplice illecito amministrativo. Inoltre, la Corte di Cassazione, con la sentenza 1° ottobre 2010, stabilisce la tassabilità dei proventi della prostituzione tra adulti.

La prostituzione è quindi legale come attività, ma per esercitarla legalmente ha bisogno di alcuni presupposti difficili da ottenere per il lavoratore medio del settore, molto spesso straniero, povero e vittima di organizzazioni criminali.

È evidente come, in una situazione di limbo del genere diventi difficile, al limite del possibile, sopravvivere quando tutti sono chiusi in casa ed il contatto fisico è proibito. “Faccio un po’ di video chat, ma i soldi bastano appena per comprare da mangiare”, continua S., “So di alcune ragazze che continuano a fare incontri, non me la sento di giudicarle. Hanno dei figli e per mangiare si fa di tutto”.

L’idea che la video chat possa risolvere il problema della mancanza del contatto fisico è però vera solo in parte: se da un lato azzera i limiti territoriali, aumentando a dismisura il numero di potenziali clienti, dall’altro costringe ad un notevole abbassamento dei prezzi rispetto alla quantità di tempo comunque lavorata.

“Ci sono i clienti che non vogliono farti il bonifico perché hanno paura di lasciare tracce, poi devi avere un cellulare buono, sennò non riesce bene” lamenta Maria, prostituta transessuale, sempre della provincia di Ancona.

Secondo Giulia di Free Woman, le difficoltà connesse all’impiego di video chat derivano anche dalla natura della clientela, costituita in larga parte da uomini di mezz’età, sposati con famiglia, al quale risulterebbe difficile connettersi in video chiamata da casa con una prostituta.

“Poi ci sono anche clienti che insistono per venirti a trovare, non li ferma niente” – continua Maria – “Per fortuna io ho dei risparmi da parte e posso ancora tirare avanti, ma ci sono ragazze che sono costrette a continuare. Alcune, che non hanno una casa, so che sono state ospitate da amici. Dove si mangia in uno si mangia anche in due, si dice dalle mie parti. In questi casi sta tutto nella solidarietà delle persone.”

Il tema della casa è un altro tasto dolente per chi ha l’affitto e le bollette da pagare: “Ho parlato con il mio padrone di casa, per ora non mi ha concesso niente, ma ha detto che quando avrò problemi proverà a venirmi incontro”. Il caso di S. sembra però in controtendenza con il resto dell’ambiente, che, secondo quanto riportato da Giulia, registra invece un inasprimento della relazione locatore – conduttore, dove in alcuni casi proprietari di alberghi hanno cacciato ragazze che ci lavoravano. In altri casi i proprietari degli appartamenti sollecitano i pagamenti cercando di approfittare della situazione.

Un discorso a parte riguarda invece le vittime di tratta. Non esercitando da sole la professione, queste sono inserite in una rete criminale di sfruttamento, della quale sono solo la parte visibile. Con la quarantena ovviamente il lavoro per strada s’è ridotto fino a cessare del tutto.

Secondo Giulia di Freewoman “sono semplicemente scomparse, non sappiamo niente di come stiano o cosa stiano facendo, non ci hanno chiesto aiuto, niente.  Per ora possiamo fare solo supposizioni. Ipotizziamo, o meglio, speriamo che la rete se ne stia occupando, c’è comunque tanta solidarietà tra loro. Magari le aiutano i Pastori, probabilmente gli stessi trafficanti. Essendo una merce non possono permettere che si deteriori. Abbiamo però ricevuto richieste da parte delle controllore, come le definiamo in gergo, ovvero le ragazze più anziane che si occupano degli aspetti più gestionali del racket. Vanno meno coi clienti, sono quelle che magari si rivolgono a noi per richiederci i preservativi. Da loro abbiamo ricevuto richieste, ci è sembrato strano perché sono anche quelle un po’ più scafate. Forse hanno chiesto aiuto per le altre ragazze.”

L’impossibilità di accedere ad aiuti o sussidi non è determinata solo dall’esclusione dal mondo del diritto del lavoro, ma anche dalla nazionalità e dalla provenienza geografica.

Una larga fetta di chi esercita la professione è straniera e spesso non in regola coi documenti, questo la esclude di fatto a qualsiasi tipo di richiesta d’aiuto che possa provenire dalle istituzioni.

Certo, ci sono paesi in cui l’esclusione è stata determinata per legge, ma questo non significa che non sia un tema degno di essere portato all’attenzione delle istituzioni, così come è stato fatto dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute insieme all’Associazione Certi Diritti.

In questo preciso momento storico un ruolo fondamentale lo stanno giocando le associazioni del terzo settore. Sono numerose le iniziative nate per poter dare una mano, tra tutte spicca la raccolta fondi, “Nessuna da sola!” promossa dal Comitato per i diritti civili delle prostitute.

Ci sono le azioni messe in campo dalle associazioni trans, in particolare da Mit (Movimento Identità Trans – Bologna), Consultorio Transgenere (Torre del Lago) e Atn (Associazione Transessuale Napoli).

Le unità di strada degli enti antitratta continuano a fornire supporto ed assistenza, le Caritas possono fornire pasti gratis. Ci sono inoltre le iniziative spontanee dei cittadini, che offrono prodotti per la spesa a chi ne ha bisogno.

Il tema della regolamentazione dell’attività di prostituzione non nasce nel 2020, ma ha alle spalle un lungo percorso di lotte civili che purtroppo ha ancora ottenuto pochi risultati.

Si palesa però con forza quando la pandemia da Covid-19 e la conseguente quarantena bloccano un settore da 3,9 miliardi di euro annui, lasciando senza alcun tipo di aiuto i lavoratori che quel valore lo creano.

È evidente come una fetta della popolazione sia totalmente esclusa dalla partecipazione alla vita economica, sociale e culturale del nostro paese, relegata nell’ombra dalla mancanza di regolamentazione e stigmatizzata dal sentire perbenista comune.

E se, da un lato è vero che lo sfruttamento continuerà ad esistere, come accade palesemente in agricoltura o in altri comparti economici, è anche vero che regolamentando la professione si possa disporre di strumenti migliori per combatterne la coercizione.

Sex work is work, dopotutto.

 

Scritto da: Luca Marconi