Se la strada potesse parlare, come gli altri film del resto, in realtà inizia alla biglietteria del cinema, in mezzo alla gente che si mette in fila per vedere la nuova opera di Barry Jenkins, già regista e sceneggiatore del fortunato Moonlight, che nel 2017 si è aggiudicato tre premi oscar.

Capita spesso che il cliente, anche il più informato, una volta arrivato in cassa non ricordi bene il titolo del film che va a vedere, come se fosse tornato ai tempi della scuola e il cassiere fosse il temuto professore di Italiano, severissimo e fissato con la pronuncia. Ne nascono delle gaffes, a volte divertenti. Ma con certi film, i lapsus freudiani e gli scivolamenti linguistici sono indicativi, specie se attengono a un livello molto più evidente di quello subconscio.

E così, capita che davanti alla cassa ti si presenti una signora compita, che con gran garbo di chiede “vorrei due biglietti per quel film, quello… quello dei neri”.

Lì per lì rimani perplesso, ma non attribuisci grande peso al fatto, quasi quasi ti fa sorridere.

Poi succede anche con un ragazzo giovane, poi con un signore di mezza età, e con un’altra sfilza di persone ignare del problema che con grande nonchalance sollevano. Certo, alcune meno ignare, dato che abbassano la voce alle tre fatidiche parole.

Ma ti scordi presto del fatto, e vai a vedere il film.

La storia è scorrevole, ma abbastanza piatta e prevedibile: giovane coppia di afroamericani felice, finché lui non viene incolpato di un crimine non commesso e finisce in galera ingiustamente, il tutto condito da dialoghi abbastanza banali e da un certo sentimentalismo molto hollywoodiano.
È però la stessa prevedibilità della trama ad essere agghiacciante. Siamo posti di fronte a una tale sfilza di sospensioni dello stato di diritto, di violazioni dei diritti dell’imputato e di violenze psicologiche e verbali ai danni delle donne e dei neri che ne basterebbe metà per far arrabbiare il più cinico degli increduli. Ma ci risulta quasi scontato che avvenga quello che avviene, perché avviene a un afroamericano.

se la strada potesse parlare prospettive

Il livello di violenza istituzionale che emerge da “Se la strada potesse parlare” è soverchiante, richiede però questo passo da parte dello spettatore: immedesimarsi con il protagonista in quanto imputato in un processo, con la protagonista in quanto donna e madre single, percepire la sofferenza e il dolore provocato dalle ingiustizie che subiscono e aspettare un secondo momento per collegare le ingiustizie al colore della loro pelle. È l’unico modo per immedesimarsi davvero.

Il passo successivo che viene spontaneo di fare è pensare: “comunque succede negli Stati Uniti, una giustizia così razzista per fortuna da noi non c’è”. Il problema è che dopo un attimo aggiungi “ancora. Non c’è ancora.”

Uscito dalla sala, ti tornano in mente le facce di quelli che hanno chiesto “un biglietto per il film dei neri”. Capisci che il passo necessario ad immedesimarsi per loro è impossibile. Per loro, questo tipo di storia è appannaggio esclusivo di una persona di colore, e in qualche modo è giusto e normale che sia così. Possiamo commuoverci, possiamo forse solidarizzare, ma il “Se la strada potesse parlare” riguarda e riguarderà sempre i neri, non le istituzioni di uno stato che si pretende democratico, non i rapporti di forza tra classi e gruppi sociali. I neri.

Pensi che forse il problema non è solo negli USA, e quel “non c’è ancora” si fa sempre più vicino.

Un po’, ti disperi.

Leggi la precedente recensione: Io Sono Mia

Io Sono Mia – Recensione