Abbiamo forse smesso di svegliarci la mattina pensando che sia tutto solo un sogno.
Due, forse tre settimane, ha impiegato il nostro cervello a elaborare questo pensiero.
Forse iniziamo a chiederci quanto potrà durare ancora questa situazione, questo modo di vivere.
Tutto diventa relativo. Non dipende più dalla nazionalità, dalla cultura o dal benessere economico. Dipende da quali negozi si trovano più vicini a casa, se abbiamo una macchina, se lavoriamo o no, se percepiamo una pensione, se dobbiamo fare i compiti di scuola, e da tante altre cose. Ma non più da quanto possiamo permetterci economicamente.

Piano piano si fa strada il pensiero che la vita non possa più continuare come prima. Ma com’era Prima? Di una cosa possiamo essere abbastanza certi: il Dopo sarà diverso. Qualcosa cambierà. Tante cose dovremo cambiare. Tutto probabilmente. E che cosa poi sarà diverso?

Ci saluteremo dal balcone come si faceva una volta e urleremo al postino di lasciare i pacchi sull’uscio; coltiveremo piante a casa o in giardino, o anche nella vasca da bagno; pianteremo i pomodori in balcone e le lattughe in cortile; faremo crescere il basilico e la menta per fare la pasta al pomodoro; rinunceremo alle cose inutili come chi una volta non le aveva; forse metteremo i soldi nel congelatore insieme ai sughi e ai tortellini che basteranno per un mese abbondante; resteremo svegli fino a tardi davanti al computer come ai tempi dell’università; ci vedremo di meno ma comunicheremo di più; mangeremo più spesso in balcone, quando c’è il sole; smetteremo di ingurgitare olive da spritz; faremo le interviste per telefono; le notizie circoleranno di bocca in bocca; smetteremo finalmente di prendere la macchina per andare a fare la spesa dietro l’angolo; nelle università tornerà il sei politico; ci godremo veramente quella passeggiata di cinque minuti fino al mercato; apprezzeremo le parole della farmacista; non ignoreremo più i discorsi che prima non volevamo sentire; potremmo iniziare a portare tutti un velo sulla testa, che lasci scoperti solo gli occhi, senza nessuna ragione culturale o religiosa, senza distinzione di sesso; parleremo tutti forse più di dieci lingue diverse; ridurremo drasticamente i viaggi; forse viaggeremo virtualmente o solo nella nostra testa.
E scriveremo reportage, sicuramente. Solo non ci è ancora chiaro su cosa esattamente.

Forse a un certo punto questi racconti di viaggio, queste preziosissime raccolte di pensieri e impressioni, spariranno. Forse. O forse no. Non viaggiamo abbastanza durante i cinque minuti che spendiamo a fantasticare tra i ricordi? Per quei viaggi non abbiamo bisogno di uscire di casa, non abbiamo neanche bisogno di svuotare la testa. No no, la testa rimane bella piena. E ci lasciamo andare ai pensieri o ai non-pensieri, ai ricordi o alle dimenticanze, fino a non sapere più se stavamo pensando o sognando.
Anche la Solitudine è un viaggio. Ma uno lungo e complesso. Perché quando sei solo non puoi più nasconderti.  (Ricordate quel film del 2005 di Marco Tullio Giordana “Quando sei nato non puoi più nasconderti”?) Se non c’è nessuno che può vederti non puoi desiderare di nasconderti. Non puoi nasconderti da nessuno, perché sei da solo. E che tu sia nascosto o no, saresti tu solo a percepirlo. Da te stesso non riuscirai a nasconderti.

E allora questo viaggio, chiamato Solitudine, inizia così: siamo soli e non ci possiamo neanche nascondere.

Diventa un viaggio molto routinario e le persone che incontriamo in qualche modo le conosciamo un po’ tutte. Ma anche loro ci raccontano dei loro viaggi solitari. Si creano dei ricordi.

La routine è utile quando si viaggia da soli. Dunque è essenziale per la Solitudine. La routine è la compagna di viaggio che stabilisce quali opere andiamo a visitare in una giornata e a che ora possiamo fare pausa pranzo. Le chiediamo ogni tanto se non sarebbe il caso di ristrutturare la tabella di marcia della giornata ma lei ha poca considerazione delle nostre proposte.

Questo luogo in cui ci ritroviamo non ha niente di speciale però ci fa sentire al sicuro, a nostro agio. Sembra di non potere avere sorprese, contrattempi. Anche se a volte succedono dei piccoli incidenti, riusciamo comunque a fare una bella esperienza di vita.
Durante il viaggio riusciamo ad utilizzare quasi tutte le lingue del mondo, dipende dallo stato d’animo e dal tempo. Di tanto in tanto ci manca la nostra lingua e quindi facciamo una telefonata a casa e scambiamo due chiacchiere con gli amici dall’altra parte del mondo. Mandiamo qualche foto a casa. Chi riceve i nostri messaggi si sente partecipe di qualcosa che solo noi stiamo vivendo. E anche noi è come se non fossimo mai partiti.

La cucina di questo posto è varia e interessante, sembra includere tutte le culture e tutte le spezie esistenti. Ha sapori forti ma anche delicati, speziati e aromatizzati. Si mangia di tutto: pasta, pizza, guacamole, tacos, tortilla de patatas, arepas, ramen, sushi, involtini primavera, bun cinesi, insalata di foglie di tè fermentate, pomodori secchi, arachidi, crêpes, formaggi e salumi, pesce e carne, curry, verdure saltate, banane flambée e la lista è ancora lunga.

Riguardando le fotografie, ci ricorderemo di noi stessi, di quanto diversi eravamo, del cibo, del tempo, della temperatura, dei libri letti, della routine di ogni giorno e della gente che abbiamo incontrato durante il viaggio. Ogni persona sarà conservata in un cassetto del pensiero, come le fotografie nei cassetti della biancheria.

Non sappiamo ancora se si possa tornare da questo viaggio, ma sicuramente si riesce a scriverne.
E questa era la domanda a cui volevamo rispondere.

Scritto da Carlotta Bonura