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L’atmosfera drammatica in cui sono immersi i personaggi di Sciuscià e di Ladri di Biciclette, e che, come abbiamo potuto ascoltare, è stata magistralmente trasposta sul pentagramma da Alessandro Cicognini, lascia il posto, in questa nuova puntata, ad uno scenario diverso e che in larga parte si discosta dai canoni stilistici e tematici dei film precedenti.

Con Miracolo a Milano, pellicola del 1951, Vittorio De Sica si concede (e ci concede) una divagazione nel fantastico, con una prova che lo porta a sconfinare con esiti felici verso il realismo magico, segnando un punto svolta nella storia cinematografica del Neorealismo.

Il film, che alla sua uscita provocò reazioni diversissime fra pubblico e critica, nacque per essere – come ha dichiarato lo stesso regista – un affettuoso omaggio al genio di Cesare Zavattini.

De Sica sapeva, infatti, che il suo fraterno amico aveva scritto nel 1943 un piccolo libro con la collaborazione, sia pur marginale, del principe De Curtis, intitolato Totò il buono e al quale egli era particolarmente affezionato.

E sapeva altrettanto bene che lo scrittore luzzarese sognava che questo racconto, pensato idealmente per un pubblico di ragazzi, potesse un giorno diventare un film.

Non poche furono le modifiche al soggetto primigenio, ma tutte operate sempre sotto la supervisione attenta del suo autore, che seguì personalmente, ciak dopo ciak, l’intero svolgersi delle riprese.

D’altronde il cinema ha delle esigenze molto diverse rispetto alla letteratura e questo Zavattini lo sapeva bene.

Il ruolo del protagonista, che egli immaginava interpretato dal vero Totò, fu affidato a Francesco Golisano.

E così la storia, che inizialmente era ambientata in una città immaginaria, prende forma a Milano, coinvolgendo luoghi che vanno dalla periferia, come il giardino dell’Ortica di Lambrate, al centro della metropoli, con piazza della Scala e il maestoso Duomo di Santa Maria Nascente.

Anche l’impegno economico della produzione, che come nel precedente Ladri di biciclette fu sostenuto quasi interamente dallo stesso De Sica, rappresentò un elemento di novità.

Basti pensare che, in un periodo in cui si faceva cinema con pochissime risorse, furono convocati appositamente dall’America dei tecnici esperti nella realizzazione degli effetti speciali.

Anche alla luce di questo fatto si può comprendere perché Miracolo a Milano sia arrivato a costare circa tre volte le produzioni precedenti.

La vicenda, ricca di spunti bizzarri e stravaganti tipicamente zavattiniani, racconta le disavventure di un gruppo di barboni, albergati in una baraccopoli di fortuna allestita nella periferia di Milano, alle prese con gli arroganti proprietari del terreno, intenzionati a cacciarli dopo aver scoperto la presenza di un pozzo petrolifero nel sottosuolo.

Non a caso si pensò inizialmente d’intitolare la pellicola I poveri disturbano. Tuttavia questo apologo, pur trattando il tema della lotta di classe sul filo della provocazione, offre momenti di grande poesia.

L’opera, infatti, tenta di delineare un modello utopistico di società, fatto di cordialità e fratellanza, in cui il sopruso dei potenti ai danni dei più deboli e la paura per il diverso siano totalmente annullati.

Per utilizzare le parole del film: «un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno!». Un tipo di società inattuabile, difficile anche solo da immaginare, ma che forse – volendo credere agli autori – si può raggiungere spiccando il volo a cavallo di un manico di scopa.

Questo grande vento di novità rappresentato da Miracolo a Milano investì anche il compositore Cicognini, il quale con grande maestria riuscì a cogliere l’essenza più intima del progetto, rielaborando perfettamente attraverso il linguaggio musicale gli istinti «surreali e cordialmente anarchici» dell’opera di Zavattini.

È così che nasce il delizioso tema del film che accompagna le gesta di Totò e dei suoi amici. La musica, attraverso numerose suggestioni favolistiche, svolge un ruolo decisivo e di profondo impatto sullo spettatore. Le liriche di Zavattini, presenti nel finale della suite, compongono una filastrocca di rara bellezza.

Come recita il testo, infatti, basta poco per «vivere e morir». A noi un po’ di musica. Buon ascolto!

 

Ideato da: Michelangelo Cardinaletti
Storyteller: Fabrizio Ricciardi
Editing: Nicola Mariani