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Subito dopo il successo travolgente di Sciuscià, Vittorio De Sica inizia a lavorare a un nuovo progetto. Ad affiancarlo, come sempre, c’è l’amico e collaboratore Cesare Zavattini, questa volta incaricato di elaborare un soggetto cinematografico basato su un racconto di Luigi Bartolini: Ladri di biciclette.

Nessuno poteva immaginare che il film omonimo, uscito nel 1948, avrebbe condotto gli autori non solo a trionfare nuovamente agli Oscar, ma a scrivere una pagina insostituibile di tutta la cinematografia mondiale.

I fatti si svolsero come ve li raccontiamo. Una volta che Zavattini definì il soggetto, si passò al “trattamento” del testo, ovvero a quella fase che prevede, o almeno dovrebbe prevedere, la descrizione degli ambienti, del ritmo delle scene, del movimento dei personaggi e anche qualche abbozzo di dialogo.

Successivamente, per la stesura della sceneggiatura furono coinvolti altri autori, fra cui Suso Cecchi D’Amico, Oreste Biancoli, Adolfo Franci. Il grande Sergio Amidei abbandonò polemicamente, a causa di forti dissapori. Il suo nome, infatti, non fu accreditato.

Una chicca: a queste sedute prese parte anche un giovanissimo Sergio Leone, il quale oltre fare da assistente, interpretò, vestito da pretino, un piccolo ruolo.

Ad ogni modo il lavoro degli autori, che pure procedeva regolarmente, alimentò una certa preoccupazione nel regista, il quale, non convinto di alcune soluzioni proposte, decise di prendere la situazione in mano andando a rimodulare tutta la sceneggiatura con il solo aiuto del fidato Zavattini.

Si racconta di giornate di lavoro interminabili e di litigate furibonde nel salotto di casa De Sica. In quelle occasioni Emi, figlia di Vittorio, ha riferito di aver visto più d’una volta il padre, in preda a delle crisi di nervi, sbattere in terra i fogli di lavoro, per poi saltarci sopra al grido di sonori: NO! NO! NO!

La gestazione della sceneggiatura di questo film, dunque, fu faticosissima, ma quando terminarono le riprese c’era, se non la consapevolezza, almeno la sensazione di essere riusciti a realizzare qualcosa di davvero importante.

Nel frattempo De Sica, molto soddisfatto del lavoro svolto per Sciuscià, aveva affidato l’incarico di comporre il commento musicale sempre ad Alessandro Cicognini. Il compositore pescarese, dopo essersi fatto raccontare a sommi capi la vicenda, iniziò subito sistemare le note sul pentagramma.

Nel giro di qualche settimana, dopo aver inseguito varie idee ed aver espedito più d’un tentativo, riuscì a far ascoltare a De Sica la sua composizione, eseguendo il tema principale e le annesse variazioni. Era stato fatto centro! La musica piacque moltissimo al regista, che si attivò subito per consentirne la registrazione in studio.

La profonda conoscenza del mondo delle sette note, l’incredibile versatilità nell’uso dei registri, la piena consapevolezza dell’evoluzione del mezzo cinematografico, rendono Cicognini un Maestro di assoluto valore. Come è testimoniato, anche in questo caso, dalla splendida colonna sonora di Ladri di biciclette, che gli valse nel 1949 il Nastro d’argento.

Il brano d’esordio è un pezzo d’antologia. L’attacco è di quelli sommessi. Pochi gli strumenti chiamati in causa. Un leggero vibrato di violini, dove si distinguono tre sole note di pianoforte ripetute con ostinazione.

Un’intelaiatura essenziale – quella congeniata da Cicognini – finemente realizzata per sostenere il tema principale. Subito dopo entra la tromba, che col suo canto malinconico e pieno di disperazione si insinua tra le maglie di questa rete di suoni, finendo col dominarla.

Già nei primi secondi la musica riesce a trasferire con forza emozioni in totale sintonia con la trama del film. A poco a poco l’orchestra entra a pieno regime facendo assumere al brano un tono squisitamente sinfonico.

Ma quando l’acme sembra raggiunto ecco il lampo di genio del compositore, che traghetta la melodia su acque più calme e serene.

Perché il film, oltre a rappresentare uno scorcio drammatico di quell’umanità fragile e sofferente generata dalla guerra, parla anche di sentimenti.

Il rapporto padre-figlio, ad esempio, che è centrale nella storia, viene messo in scena con grande dolcezza. Tuttavia nemmeno gli occhi innocenti del piccolo Bruno possono impedire al destino di compiersi.

Così la musica, che dopo una digressione quasi epica, eccola ritornare sui registri di partenza, congedandosi sommessamente e lasciando spazio ad un ultimo impeto, racchiuso nell’accordo finale. Buon ascolto!

 

Ideato da Michelangelo Cardinaletti
Storyteller: Fabrizio Ricciardi
Editing: Nicola Mariani