Ieri, 28 luglio, è calato il sipario sulla terza edizione della rassegna “Exodus – Gli echi delle migrazioni”, organizzata nell’ambito della manifestazione Fano Jazz.

L’ultimo artista ad esibirsi nella suggestiva cornice della Pinacoteca S. Domenico è stato Pasquale Mirra, vibrafonista molto apprezzato in Italia ed all’estero.
Originario di Ravello, splendido Paese della Costiera Amalfitana, da anni vive e lavora a Bologna, città che gli ha permesso di crescere a livello musicale e di stringere amicizie fondamentali per il suo percorso artistico.

L’approdo a Bologna è stato quasi casuale. Un suo caro amico gli fece ascoltare alcuni brani jazz inediti, contemporanei ed innovativi e gli disse che se avesse voluto seguire quel tipo di musica avrebbe dovuto passare qualche mese nel Capoluogo emiliano. Mirra rimase stregato dal fermento musicale della città e decise di trasferirsi in pianta stabile, completando i suoi studi proprio presso il Conservatorio Statale di Bologna, dove si è diplomato.

Anche la passione per il vibrafono ha un’origine ben precisa. Da piccolo suonavo nella mia cameretta – racconta Mirra – e mi divertivo facendo percussioni. Suonavo qualsiasi cosa mi capitasse sotto mano, anche le pentole. Decisi così di iscrivermi al conservatorio e quando percorsi per la prima volta il lungo corridoio del Conservatorio di Salerno, rimasi folgorato da un suono nitido e preciso. Quando aprii la porta della stanza dalla quale proveniva quella musica mi trovai di fronte un vibrafono. Capii immediatamente che quello sarebbe stato il mio strumento”.
Mirra collabora da anni con numerosi musicisti tra i quali spicca il noto percussionista americano Hamid Drake con il quale ha condiviso diversi progetti partecipando a numerosi festival in Europa ed in America.
Ma ieri, in occasione dell’ultima serata della rassegna Exodus, il vibrafonista Mirra si è esibito in un concerto “solo”, compiendo un percorso musicale di grande spessore.
Sin dalle prime note del suo concerto “Moderatamente Solo”, il pubblico della Pinacoteca San Domenico ha compreso di avere di fronte un artista giunto all’apice della maturità artistica.
Infatti, dopo aver compiuto una decennale ricerca musicale ha deciso di identificarsi con un genere nuovo e, per certi versi, insolito. Traspare la sua voglia di essere unico, ogni volta diverso da se stesso. Ecco spiegata la scelta di non preparare una scaletta prima del concerto lasciandosi guidare dalle proprie emozioni, dal proprio stato d’animo.

Pasquale Mirra si presenta sul palco di Fano Jazz affiancando al suo vibrafono anche uno xilofono, dando così vita ad un equilibrato dialogo tra i due strumenti, intervallato dall’uso di altri oggetti e materiali, tra i quali spiccano le curiose campane tibetane.

La composizione è imprevedibile, inaspettata. L’improvvisazione strutturale, in cui l’artista attinge dal suo grande bagaglio musicale, lascia presto il campo ad una improvvisazione libera durante la quale Mirra sembra compiere un tragitto che lo conduce in luoghi lontani, che solo lui conosce e vede.

È un viaggio tra le isole nel quale l’unica cosa nota è il punto di partenza, mai quello d’arrivo.

È una dichiarazione di poetica. Sul palco Mirra ha bisogno di attraversare momenti di disagio, di difficoltà, per poi ritrovarsi, riscoprirsi ed infine emozionarsi.

La sensazione di chi ascolta è quella di addentrarsi nella sua vita, nella sua anima.

Il concerto sembra essere infatti un’invocazione, un sussurro, un percorso introspettivo di grande spessore, musicale ed umano.

Il Maestro concede al pubblico i propri ricordi e le proprie emozioni e, quando il concerto volge al termine, la condivisione è totale, quasi mistica.

Le delicate note del vibrafono tremano un’ultima volta generando nella Pinacoteca S. Domenico un’eco antico, millenario. È l’eco della migrazione. È la musica. È il jazz.

 

Autore: Fabrizio Ricciardi
Foto: Mirko Silvestrini