Se credi di essere già arrivato hai perso

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Il parkour nasce in Francia negli anni ’80 come disciplina e sport estremo, derivazione di un tipo di addestramento militare. A praticarlo nelle Marche c’è di fatto una sola associazione, che conta ad oggi un’ottantina di soci: l’AP3 – Art, Power and Freedom, fondata da quattro ragazzi, un tempo semplici appassionati autodidatti, oggi veri e propri istruttori della disciplina. Nicolò Palmucci, uno dei fondatori, ci ha spiegato cosa può esserci dietro un salto mortale oltre una staccionata, come si impara e come si fa a non farsi male.

Come ti sei avvicinato al parkour?

Ho avuto il primo contatto a 18 anni, grazie ai video su youtube. Mi piacque, ma in Italia all’epoca i corsi erano più unici che rari, così iniziai ad informarmi tramite i forum di gente esperta: chiedevo informazioni, guardavo i video, mi basavo sulle tabelle di allenamento che mi passavano i più esperti. Ho iniziato da solo e non è stato facile. Dopo un anno ho organizzato un raduno qui nelle Marche, erano ragazzi con la mia stessa esperienza.  Col tempo sono cresciuto a livello di pratica, fino a tenere alcune lezioni “casalinghe” dove insegnavo quello che sapevo ad alcuni ragazzi più giovani. Poi mi hanno proposto di tenere dei veri e propri corsi, cosa che faccio tuttora. Sai, saltare, spostarmi, arrampicarmi, girare mi è sempre piaciuto ed imparare è stato quasi naturale. Mi piace soprattutto l’idea che, se vedo una ringhiera, non devo per forza superarla, posso scavalcarla con un salto mortale e reinfilarmici sotto. Mi piace giocare col mio corpo e con l’ambiente circostante, che è un po’ l’idea di fondo del parkour, il gioco.

Sembra esserci una forte componente ludica

Infatti noi ci divertiamo. E’ una disciplina molto seria, ci sono regole e l’allenamento è duro. Contemporaneamente giochiamo con lo spazio e con il corpo: riscopriamo movimenti che abbiamo perso da anni. Saltare, scavalcare un muretto, arrampicarsi su un albero, sono tutte cose che facevamo da bambini. Una ringhiera smette di essere una ringhiera, un muretto non è più un muretto ed una scalinata perde la funzione originaria. Diventano tutti appigli, ostacoli da superare, spunti. La città stessa diventa un terreno di gioco. Nei nostri corsi, fino ai 12 anni insegniamo a giocare col proprio corpo. Dai 12 in su l’allenamento diventa più fisico, ci si allena per praticare in tutta sicurezza. E’ importante per riuscire ad ammortizzare gli impatti, a salvarsi in caso di scivolamento e così via. Insomma, non facciamo niente di nuovo, insegniamo a giocare con lo spazio e con il proprio corpo. E a farlo nel modo più sicuro possibile.

Qual è la parte più difficile?

Sconfiggere le paure. Puoi allenarti tutta la vita, essere fisicamente molto forte, ma se poi il tuo cervello ti blocca e ti dice: “no, questo salto non posso farlo” quando invece saresti in grado, allora non serve a niente l’allenamento. E’ un processo che avviene negli sport estremi, durante una partita di calcio non hai paure da gestire. Nel parkour sì. Non parlo della paura buona, quella che ti permette di sopravvivere e che dice: “stai attento, ti ammazzi”, ma la paura che non ti fa uscire perché fuori piove, la paura di essere giudicato, il disagio che ti impedisce di fare una cosa che sapresti fare, quella è la paura che il parkour ti aiuta a superare.

L’hai superata?

No, superato un ostacolo ce n’è sempre un altro. Se credi di essere arrivato hai già perso, dice Laurent Piemontesi, uno dei fondatori del parkour. E’ un continuo migliorarsi, e migliorarsi implica avere paura. Per esempio, tu vedi dei ragazzi fare salti mortali e dici “che bravi”, per loro invece è la normalità perché hanno imparato a farlo. Ci sono però dei movimenti che ancora li spaventano perché non li sanno fare. Superi un gradino e ne trovi un altro. Non c’è una sola paura, ma una paura diversa per ogni tecnica diversa.

E’ una sorta di gara con se stessi?

Esatto, non è una disciplina agonistica, non c’è un avversario. L’idea è di migliorarsi costantemente rispetto al giorno precedente. L’agonismo lo rende una disciplina rischiosa perché ti porta a sottovalutare un ostacolo o a sopravvalutare le tue capacità, cosa che non fai invece quando ti misuri con te stesso. C’è infatti una discussione molto accesa nei confronti della Federazione Internazionale di Ginnastica perché il parkour è stato accettato come disciplina olimpionica. Non siamo ginnasti, non siamo competitivi, non esistono gare di parkour.

La disciplina del parkour si riflette nella vita?

Molti dicono che insegna a superare gli ostacoli della vita come quelli d’allenamento. Io non ci credo. Però è vero che è una disciplina che insegna molto sul controllo del proprio corpo e della propria mente. Ogni volta che impari un movimento migliori, ogni volta che ti riesce qualcosa la tua autostima migliora. Capita spesso di vedere ragazzi riuscire a fare un movimento che prima non sapevano fare, sentirsi dei leoni per esserci riusciti. Magari dura solo per quel frangente, però è molto bello. Certo, migliora l’autostima e la fiducia in se stessi, ma non è una disciplina magica, non ti insegna a volare.

Autore: Luca Marconi
Foto: Mirko Silvestrini