…“Soltanto il mare che non conoscevamo poteva proteggerci, i barbari di settentrione lo temevano”…

 

”Gli uomini del mare ci catturarono (…) dopo tre giorni e tre notti di mare tumultuoso (…) S’û la giovane (…) recise la corda e ci affacciammo alla luce (…). Cercammo di imparare a governare la nave (…) il mare saltò sul ponte, afferrò S’û e la portò via. S’û in silenzio sparì tra le onde”.

 

Questi estratti provengono dal romanzo di Sergio Atzeni – Passavamo sulla terra leggeri – che ha ispirato l’ultimo album solo del ricercatore etnomusicale e musicista gallurese Paolo Angeli.

S’û è un inno a chi lascia un molo di partenza e cerca nell’ignoto del molo di arrivo l’alimento per nutrire la propria voglia di conoscenza. E poi S’û scompare tra le onde del mare, un richiamo a quello che succede quotidianamente a donne, bambini, uomini che cercano un futuro nell’altra sponda del Mediterraneo. Se in questo senso Atzeni è il portavoce universale dello spirito dei naviganti, Angeli è il musicista dei migranti.

Intimamente e profondamente connesso con la cultura del mare – sia per i suoi studi al nautico, sia per la cultura della Gallura, Angeli esordisce sul palco di Exodus dicendo due cose ben chiare: “Questo concerto è dedicato a chi cerca nell’intenso blu del mare la speranza di un riscatto esistenziale” e “questo concerto NON è dedicato a chi erige muri”. La consueta maglia da marinaio a righe orizzontali che abitualmente il chitarrista indossa sul palco sottolinea la sua mimesi con la cultura marittima, con l’umanità e le vicissitudini ad esso associate.

Questa maglia a righe non può non rimandare ad un altro grande della chitarra, Pat Metheny. Ma l’associazione è molto più profonda. L’americano, nel 2003, ha infatti chiesto a Angeli di progettargli un nuovo modello di “chitarra sarda preparata”. Nascono così due chitarre gemelle, una delle quali è per Metheny, l’altra è quella che Angeli ha suonato qui sul palco fanese di Exodus: gli echi della migrazione.

La chitarra sarda preparata è lo strumento-orchestra a 18 corde che Angeli ha dunque progettato e che porta con sé nei suoi world tour. Un ibrido tra chitarra baritono, violoncello e batteria, questa chitarra – dotata di martelletti, eliche a passo variabile, molle, pedaliere, output separati per ogni corda e oggetti rubati dal quotidiano – rappresenta una complessa sintesi tra avanguardia extra colta e tradizione. In tal modo ogni performance è vissuta attraverso la pratica dell’improvvisazione libera e rappresenta per il gallurese una sfida per plasmare i suoni generati dalla sua chitarra-orchestra. Ne scaturisce un affresco cangiante in cui, in tempo reale, affiorano sedimenti di canto a chitarra, cori a tasgia, free jazz, punk noise, drum & bass, avant pop. Una coabitazione creativa di tradizione e innovazione, inglobata in una poetica sospesa tra melodia e rumore.

La contaminazione è quindi la chiave di accesso alla spiritualità di Paolo Angeli, il quale, va ribadito con orgoglio, proviene da una terra che da sempre è stata teatro di echi leggendari, di migrazione, ma anche di profonda e introspettiva tradizione, la Sardegna. Ciò che più di tutti è ancora rimasto sospeso tra le navate della pinacoteca fanese di San Domenico è appunto il riverbero vibrante della spiritualità sarda.

Il prossimo inverno Paolo Angeli si esibirà al Carnagie Hall, la leggendaria sala concerti di New York e probabilmente una delle più prestigiose al mondo. C’è una popolare battuta americana a tal riguardo. Un turista in visita a New York, altra città di migranti, ferma un passante e gli chiede: “You know how to get to Carnagie Hall, don’t you?” (Lei sa come si arriva al Carnagie Hall, non è vero?), intendendo, ovviamente, la direzione stradale per poterla raggiungere e il newyorkese, in vena di scherzi, gli risponde: “Practice, practice, practice!” (facendo tanta pratica), intendendo chiaramente cosa fosse necessario fare per potersi esibire nella prestigiosa sala. Ecco, credo che quel practice ripetuto tre volte meglio di ogni altra cosa rappresenti la passione di Paolo Angeli.

 

Questa sera (28 luglio), alle 18.30, il “Migrante con la tromba” Giovanni Falzone sarà il quinto musicista a suonare sul palco di Exodus presso la pinacoteca San Domenico.

Autore e foto: Mirko Silvestrini

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