Odio rancore e cialtroneria

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L’ennesimo naufragio in cui muoiono più di cento persone disperate solleva ancora una volta l’ennesimo polverone sulle pagine dei social network degli arrivisti politici di ogni risma, gridano i loro slogan beceri, le loro frasi fatte e costruite in modo da accaparrarsi like e quindi voti. Niente di nuovo insomma.

Ci stiamo ripetendo in un loop infinito e ciclico di disperazione, tortura, schiavitù e morte. Di propaganda sanguinaria, di sfruttamento, di burocrazia e politica.

Che la gente fugga dai paesi del terzo mondo lo sappiamo da quando esiste la definizione “terzo mondo”, e conosciamo anche le cause: povertà, inquinamento, pericolo di morte violenta, siccità, carestie, epidemie, di nuovo sfruttamento, analfabetismo, schiavitù, integralismi culturali e religiosi e così via. Tutta una serie di brutalità umane ereditate negli altri continenti dai nostri avi europei, viaggiatori arraffoni che di persona depredarono e schiavizzarono gli altri continenti fino alla seconda guerra mondiale. Di persona perché, proprio dopo la seconda guerra mondiale, con la scoperta e la condanna delle brutalità naziste, dovettero prendere le distanze ed appaltare la brutalità, il lavoro sporco, a compagnie private stracolme di denaro che di denaro ne hanno fatto ancora di più. Queste sono state le pedine sulla scacchiera economica e finanziaria che ha coinvolto tutti i paesi sviluppati nello sfruttamento del terzo mondo. Le pedine multimiliardarie ci hanno arricchito fino ai giorni nostri, permettendoci di vivere le nostre vite confortevoli, e continuano a farlo tuttora, a costi enormi in termini ambientali, di vite umane e di dignità delle persone. Fino a pochi anni fa riuscivamo ancora a far finta di niente: i flussi migratori dovuti a guerre e carestie venivano contenuti dagli stati cuscinetto posti tutt’intorno alla nostra cara, vecchia fortezza occidentale. I pochi che riuscivano a superare le maglie di questa rete di contenimento venivano qui da noi prontamente accolti e fatti sentire a casa, perché loro la casa non l’avevano più.

Potevamo farlo perché erano troppo pochi per avere una qualche rilevanza, probabilmente riuscivamo ancora a provare una certa sorta di empatia verso chi è più sfortunato, ma soprattutto non era ancora iniziata quella guerra tra poveri che sta falcidiando il nostro tessuto sociale e culturale. Quella guerra, o meglio quello sterminio, che vede i poveri prendersela con chi è ancora più povero, ricacciarlo indietro, prenderlo a sassate e godere della sua sconfitta, soddisfatto che quello lì non è venuto a respirare la nostra aria, a rubarci quel poco di povertà che ci è rimasta.

Ad un certo punto della storia, però, la pacchia è finita. Gli stati cuscinetto, i garanti materiali della nostra umanità, sono saltati uno dopo l’altro, scoperchiando il vaso di pandora che tenevano nelle loro celle, nelle loro carceri del deserto. Un’umanità disperata ha iniziato a varcare i confini sacri del mondo del benessere, rivendicando anche per sé una briciola di sopravvivenza. E allora via che, anziché ragionare collettivamente su una soluzione che eviti a centinaia di migliaia di persone la fuga dal proprio paese – succede per davvero, che la Nigeria non è un paese dove vivere in pace e serenità, ma neanche il Benin oppure il Bangladesh – abbiamo sviluppato due tipi di retorica, entrambi semplicistici e letali. Una è quella dell’accogliamoli a tutti i costi, accecati dal senso di colpa che sì, evita la morte per annegamento ma costringe ad una vita da invisibile chi al mare sfugge. Li salviamo dal mare per poi abbandonarli dopo un periodo medio lungo trascorso sul nostro territorio, senza un’idea, un progetto, una base giuridica che interpreti le persone in quanti tali, e non in quanto stranieri, italiani, europei o ariani.

L’altra è quella opposta: a casa loro tutti quanti! O a casa vostra se vi piacciono così tanto. Qui non li vogliamo, non c’è spazio per altri pezzenti, che pezzenti siamo un po’ tutti. Che muoiano pure nel Mediterraneo, che soffochino dentro i vani dei camion, a noi non ci servono. Salvo poi voler pagare frutta e verdura un infinitesimo del vero valore, grazie alla manodopera composta da chi sarebbe dovuto rimanere a casa propria. Il rancore e l’odio nei confronti di che non ha alcun mezzo per difendersi, nessuno strumento e come potrebbe, senza neanche un documento?

Su questi due filoni in contrapposizione ci hanno ricamato e ci ricamano leader politici di diversa risma e caratura morale. E li si sente ad ogni evento, ad ogni tragedia, ad ogni disumanità. Alcuni rimangono coerenti al proprio pensiero: chiusi i porti, passa la paura. Le ong puzzano e sono cattive, la guardia costiera libica fa il proprio dovere (leggi: li lascia annegare o li tiene nei centri di detenzione, meglio di così?). Altri, trasformisti, passano negli anni dalle posizioni dell’aiuto al prossimo, all’inficiare poi il lavoro di chi il prossimo lo aiuta davvero, a scaricare la colpa dell’ennesimo naufragio ad una ex potenza coloniale. Si trova sempre il nemico, si punta sempre il dito, ci si scaglia contro questo oggi e quell’altro domani, si tiene alta la tensione, si rilancia e si gioca con la vita. Si nutrono l’odio ed il rancore, dando loro in pasto i resti di quegli ideali smembrati che sembrano non avere più nessun posto nella società del pollice all’insù. Perché alla fine ritorna tutto lì, fai la sparata grossa contro questo o quello, prendi il like, tutti sanno che sei forte e allora ti votano. E puoi fare quello che ti pare. Cialtroni.

Autore: Luca Marconi