Mari Kvien Brunvoll, concerto in solo per loop station e cetra

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Exodus continua e “come ogni migrazione contemporanea” – ci dice Adriano Pedini – va verso Nord: dal Kurdistan iracheno di Mustafa Aza, gli echi ci portano fino alla Scandinavia di Mari Kvien Brunvoll.Arriva in scena, priva di scarpe e con la camicia rossa, si siede senza dire una parola a gambe incrociate al centro dei suoi strumenti elettronici e non. Inizia subito, con una frase vocale, cristallina, che registra e riprende, costruendo una polifonia di suoni puliti, chiari e li miscela in un flusso di sonorità blues, folk e pop.

Mari è un’artista norvegese, diplomata alla Grieg Academy di Bergen, nel 2012 ha pubblicato il suo primo disco, Mari Kvien Brunvoll, dopo aver riscosso un discreto successo al norvegese Molde Jazz Festival. Da allora, oltre a diverse collaborazioni, porta in tour il suo progetto solista, con loop station, cetra, pedali e kalimba.

Sono questi gli strumenti che usa per compiere il suo rituale che ci porta ad intraprendere un viaggio interiore, dritto verso il nostro subconscio: proprio come una sciamana, seduta a terra sembra accompagni con i movimenti del corpo le note ad uscire dalle casse, quasi spremendole, facendo avanti e indietro con la schiena. E dalle casse escono di volta in volta orchestre di viole e violoncelli, oppure ottoni ubriachi, o anzi un canto roco primordiale che si trasforma nel sibilo del vento.

Gli scenari che evoca sono ampi, spaziosi, in cui c’è spazio di manovra per la mente alla ricerca di qualcosa che inevitabilmente sfugge. Infatti, quando finalmente le canzoni sembrano seguire un percorso familiare, una struttura regolare, ecco che un cambio di intonazione dissonante od un assaggio di beat-boxing riportano all’insipida realtà, scuotendoci e preparandoci a sprofondare di nuovo nel profondo dei nostri pensieri. Tiene accanto a sé un piccolo astuccio avorio, dal quale al bisogno tira fuori degli strumenti – come oggetti in una liturgia – con i quali Mari è capace di creare onde sonore che massaggiano quelle cerebrali, in un piacevole passaggio dal mondo reale a quello più intimo dell’inconscio.

Nelle sue mani un semplice kazoo diventa un sax malinconico, che si intreccia perfettamente con le voci a cappella di quella che sembra essere una filastrocca per bambini. E così, se una base hip hop ci permette di sorvolare una metropoli eterea, alcuni accordi di cetra ci fanno attraversare un’antica foresta di conifere, a dimostrazione che la musica viaggia non solo per i contenti, ma anche per i secoli.

Perfettamente a suo agio Mari, con la sua camicia rossa che si fonde con la tappezzeria a colori caldi della scenografia, sembra star seduta al centro di una capanna fumosa, in cui compie un rito magico nel quale si entra in punta di piedi e se ne esce fluttuando, con molte risposte ed ancora più domande.

Ma il palco di Exodus non chiude oggi e stasera (25/07), dalle 18:30, vi aspetta con Daniele di Bonaventura ed il suo bandoneon.

Autore: Luca Marconi
Foto: Mirko Silvestrini