Un viaggio attraverso le “freestyle battles” alla scoperta del ruolo ricoperto oggi dalla Street Dance

Periodo intenso per i ballerini delle discipline della Street Dance. Lo scorso 14 gennaio a Milano si sono tenute le prime qualificazioni italiane del Keep On Dancing (K.O.D. – www.kodeuro.com), e il prossimo 3 febbraio a Bologna avranno luogo quelle per il Juste Debout (www.juste-debout.com).

Di cosa stiamo parlando? Lo abbiamo scoperto grazie a quattro ballerini marchigiani incontrati proprio nel capoluogo lombardo in occasione del K.O.D., e all’organizzatore dell’evento, Jouni Janatuinen.

A proposito del K.O.D. 2018, gruppi di ballerini si sfidano in una delle quattro categorie previste: Breaking, Locking, Popping e Hip Hop. I vincitori di ogni stile avranno accesso alle Finali Regionali Europee KOD che si terranno a Dusseldorf, Germania, il 7 ed 8 di Aprile 2018. I migliori tre team si incontreranno a Seul, Korea, per le finali mondiali ad agosto. Premio in denaro pari a 500.000,00 USD.

Abbiamo assistito alla competizione. Musica, danza e professionalità creano un mix esplosivo capace di incantare e trasportare altrove anche i profani della danza, in una dimensione dove i corpi disegnano paesaggi urbani, colori e atmosfere.

Prime qualificazioni italiane del K.O.D. Ne parliamo con Jouni Janatuinen. “Le  qualificazioni sono per ballerini italiani, sia coloro che hanno il passaporto che quelli solo residenti in Italia. Ho consigliato di inserire questa regola quando ho iniziato a lavorare con il K.O.D., e quest’anno per la prima volta l’hanno applicata. Lavoro in questo campo da più di vent’anni e so che molti dei migliori ballerini in Europa, specialmente in Italia, hanno un passato di migrazione”.

Per Jouni la Street Dance è uno strumento per agevolare l’integrazione delle persone straniere accolte nelle società europee, come è successo in Finlandia, da dove proviene.

Alla danza non interessa da dove vengano le persone, di quale religione, colore e orientamento sessuale siano”, afferma Jouni.

“In molte parti del mondo, come l’Africa e il Medio Oriente, le persone ballano da quando sono nate e ovunque. La musica, e la danza che ne è una diretta conseguenza, sono aspetti fortemente radicati nella loro cultura. Nella nostra società al contrario dobbiamo andare in luoghi specifici per ballare, un club, una scuola di danza.

“Si deve fare integrazione con la danza e danza con l’integrazione. I rifugiati, grazie alla loro cultura, possono aiutare lo sviluppo della danza stessa”. Continua l’organizzatore.

“Ho lavorato nel campo dell’immigrazione in Finlandia. Il Paese ha iniziato con 23 centri di assistenza in tutta Helsinky, e per un anno abbiamo tenuto lezioni di danza settimanali per i rifugiati”.

A proposito del futuro della Street Dance Jouni ci spiega che qualcosa ne potrebbe impedire la diffusione.

“Si è creata una scissione. Da una parte c’è il movimento underground, rappresentato, come nel caso del K.O.D., dai “freestyle battles”, dall’altra la Street Dance legata alle competizioni coreografiche. Le due scene non comunicano e ciò non agevola la crescita”.

È il turno di Preye, Michele, Marco e Christian, i quattro amici venuti a Milano per partecipare a K.O.D..  Ci raccontano i rispettivi approcci alla danza, con un’attenzione particolare alla storia e al ruolo attuale della disciplina nella quale si sono espressi all’evento, il Locking, la prima forma di Street dance universalmente riconosciuta.

A Watts – un distretto di Los Angeles – alla fine degli anni ’60, in un contesto  caratterizzato da lotte tra bande criminali e sommosse a sfondo razziale, all’interno di chissà quale festaiolo club del quartiere, un personaggio, Don Campbell, declina il funk e la musica disco dell’epoca inventando un passo, il lock.

Michele ci racconta che Don Campbell creò probabilmente il lock per caso. Non riusciva ad andare a tempo con un funky step dell’epoca, il funky chicken, ma qualcuno apprezzò il suo modo di ballarlo più “bloccato”, così diede vita al Locking. Poco dopo recluta un gruppo di ballerini e insieme diventano i The Lockers.

“Ballare Locking è come fare l’archeologo, perché è uno stile risalente nel tempo”, ci spiega Preye. “Dopo una lunga fase di stallo, uno di loro, Greg Campbellock Jr., nei primi anni 2000 ha cominciato a divulgarlo in giro per il mondo, stimolando i ballerini ad appassionarsi di nuovo a questa disciplina. Altri importanti insegnanti membri dei The Lockers sono stati Tony Go Go e Shabba Doo. Il mio riferimento è stato Suga Pop, un loro diretto allievo, che ho conosciuto a Los Angeles, e dal quale ho ricevuto il groove del locking”.  

Chiedo al gruppo quando e come i giovani hanno iniziato ad avvicinarsi alla Street dance. “Film come Breaking e Flashdance hanno avuto un ruolo importante”, ci dicono Preye e Marco. “Si è iniziato a voler capire come ballare, e a sviluppare la propria personalità con dei passi ben precisi. C’era molto rispetto per i tratti identificativi di ogni ballerino. Ci si incontrava agli eventi, ma non eri ben visto se copiavi i passi di altri”.

“Il disagio sociale dei giovani dei sobborghi americani degli anni ’70 è paragonabile a quello di oggi?”

“Nel Bronx, dove è nato il movimento Hip Hop – (Mcing -DJing -Writing -B-Boing) – i ragazzi avevano la necessità di farsi vedere, di imporsi. Basti pensare al Writing, grazie al quale l’identità dell’artista viaggiava con i vagoni dei treni che attraversavano New York. Oggi in Italia i ragazzi pensano di dover apparire come qualcun altro”, rispondono in totale accordo i quattro ballerini. “Forse perché in fondo oggi non hanno bisogno di trovare una loro identità o forse perché è più facile “essere come”, piuttosto che identificarsi in un “io”, osservano.

“Il locking è un esempio di questo. Anni fa era “stiloso” vestirsi in modo particolare, estroso, eri funky. Oggi è più modaiola la scarpa Nike ed è più di moda fare un “dab” piuttosto che fare un “lock”, concludono.

Altro problema, ci dice Christian, è la musica con la quale si balla locking. “E’ raro che la generazione 2000 conosca la musica degli anni ’70”.

“I ragazzi oggi non hanno potuto sviluppare una vera cultura musicale. Qualche anno fa si entrava nei negozi di cd e si trovava la musica divisa per settori, quindi sapevi dei diversi generi musicali esistenti. MTV ogni sera trasmetteva programmi di approfondimento, facendo informazione. Oggi invece c’è molto smarrimento musicale. Siamo noi che abbiamo il compito di parlare di musica. Funk, pop o dubstep, per gli allievi è comunque un inizio. Dobbiamo dedicare tempo a questo, non possiamo aspettarci che i giovanissimi ci chiedano di ascoltare James Brown”, concludono i quattro amici presi da un’accesa discussione.

A questo punto la curiosità per il prossimo appuntamento con la Street Dance è tanta. Il 3 febbraio saremo a Bologna per le qualificazioni italiane del Juste Debout, un altro evento che negli anni è diventato vetrina mondiale per i professionisti di ogni settore e i più importanti coreografi, da Nike a Madonna, da Puma a Le Cirque du soleil, che vengono qui a reclutare le loro nuove muse.

Autrice: Claudia Giacomini
Foto: Mirko Silvestrini e Erika Belfiore