La passione garganica del Venerdì Santo

A San Marco in Lamis, nel Gargano, anche quest’anno le imponenti vampe di fuoco delle “fracchie” hanno incendiato il paese, teatro di una spettacolare “passione di Cristo” del Venerdì Santo.

Decine e decine di “fracchie” – giganti fiaccole di tronco spaccato longitudinalmente e riempito di rami, sterpi, schegge di legno e frasche, lunghe fino a dieci metri e pesanti anche più di 4 tonnellate – sono state accese all’imbrunire e portate dai sammarchesi in processione come falò ambulanti per le antiche vie del borgo rischiarando la strada alla Madonna Addolorata che è in questo periodo alla ricerca del corpo del Cristo.

Le fonti storiche attribuiscono la nascita di questo popolare rito religioso agli inizi del 1700, epoca di edificazione della locale Chiesa dell’Addolorata. Al di là delle motivazioni religiose la nascita del rito è connessa anche a motivazioni contingenti. La Chiesa, infatti, era situata fuori le mura e la strada priva di illuminazione. I devoti utilizzarono dunque le “fracchie” al fine di illuminare la via alla Madonna, tra la sua chiesa e la Collegiata (dove era custodito il corpo del Cristo), mentre andava alla ricerca delle spoglie del Figlio.

Da allora in poi, la notte del Venerdì di Pasqua a San Marco è avvolta da alte lingue di fuoco e intermittenti bagliori. Le vie del paese sono gremite. Squadre di sammarchesi trascinano con tese funi la loro “fracchia”. I capo squadra dettano il ritmo con urla e gesti. Gli incoraggiamenti della folla in contro luce fendono i densi e acri fumi delle combustioni. Gli occhi bruciano.
L’impegno collettivo della cittadinanza è molto coinvolgente e sentito; sia la preparazione sia la processione hanno da sempre un effetto aggregante e identitario tra i sammarchesi.

È il sentimento di “voler esserci” di cui parla l’antropologo Ernesto de Martino come atto consapevole e collettivo che dalla “Crisi della Presenza” assicura – non senza una faticosa autoaffermazione – la “Presenza”.
La notte del Venerdì Santo è simbolicamente la notte della vita, la vivida angoscia del non esserci ma anche l’opportunità del riscatto, della rinascita. La “Crisi della Presenza” rappresenta quelle condizioni nelle quali l’individuo, a fronte di situazioni come la malattia, la morte, il lutto, l’abbandono, sperimenta un’incertezza, un’angoscia destrutturante del proprio essere, una crisi radicale della “possibilità di esserci in una storia umana”; è lo scoramento esistenziale alimentato dallo scoprirsi incapace di agire e determinare la propria azione.

La capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per affrontare la “notte” – una determinata situazione storica negativa – tramite un’attiva partecipazione personale, collettiva e pubblica alla storia stessa del proprio sé individuale e comunitario è per de Martino la “Presenza”.

Essa significa dunque esserci come persone dotate di senso in un contesto culturalmente costruito e codificato, di significato da perseguire periodicamente e con una costante tensione. Il rito aiuta l’uomo a sopportare la “crisi” che esso avverte di fronte alla natura, sentendo minacciata la propria stessa vita. I comportamenti stereotipati dei riti come rassicuranti modelli da seguire, come azioni che costituiscono la tradizione, ovvero le fondamenta dell’identità culturale.

Il “voler esserci” si traduce in dispositivi culturali – simboli, miti, riti, religioni – che permettono di affrontare gli eventi negativi grazie ad un processo di de/storificazione, cioè l’universalizzazione della propria condizione umana in una dimensione mitico-simbolica.

“Il dato esistenziale che ha scatenato la crisi (morte, malattia, angoscia e altro ancora) viene mentalmente astratto dal contesto storico nel quale è stato esperito e viene ricondotto a un tempo e a una vicenda mitici”.

Se il mito è narrazione, il rito è un comportamento orientato ad uno scopo e ripetuto con parole e gesti di significato altamente simbolico. È così che mito, rito e simbolo diventano un circuito volto alla soluzione della crisi e alla costruzione della identità.

Le “fracchie” fedelmente rispecchiano il temperamento dei sammarchesi, il “voler esserci” di un popolo che proprio così sa orientarsi da sempre nella densa notte garganica e nel mondo.

 

Testo e foto di: Mirko Silvestrini