“Abbiamo bisogno degli immigrati per portare avanti anche il normale funzionamento della catena alimentare”. La ministra Bellanova senza tanti giri di parole ha detto che gli stranieri ci servono, ed in virtù della domanda del mercato del lavoro è giusto regolarizzarli.

Il dibattito sull’immigrazione, che da qualche mese sembrava scomparso, è tornato in questi giorni al centro dell’agenda politica scatenando, come sempre, polemiche, litigi, tifo da stadio.

Farsi carico delle istanze sociali, governarle, affrontare problemi complessi con competenza e misura dovrebbe essere auspicabile per tenere unito l’impianto democratico del Paese e non permettere che, una volta passata la pandemia, la crisi non aumenti irreparabilmente il divario (come già avvenuto nella crisi precedente) tra chi ha e chi non ha.

La sanatoria non è uno strumento nuovo per i governi italiani, l’ultima, la più massiccia, fu quella del 2002, quando ministro dell’Interno era Maroni (Lega).

Ma in 18 anni tante cose sono cambiate nel Paese, l’immigrazione è diventato un tema comune, quasi da chiacchiere da bar, le immagini dei barconi, dei salvataggi in mare sono entrate nell’immaginario comune. Slogan, promesse e carriere politiche si sono costruite attorno ad un tema che la politica non è mai riuscita ad affrontare con senso di realtà.

L’immigrato ha subito un processo di deumanizzazione: è diventato un numero o, peggio, un nemico sociale. Ha subito i processi decisionali senza mai entrare direttamente nel discorso politico come soggetto attivo.

Parlando di sanatoria, bisogna chiedersi, innanzitutto, chi sono gli stranieri irregolari presenti sul nostro territorio, quelli che erroneamente vengono additati come clandestini, termine che non esiste né nelle definizioni internazionali né nel Diritto dell’Unione europea.

Chi sono gli irregolari?

È considerato irregolare lo straniero che non ha i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale, ad esempio chi si trova con un permesso di soggiorno scaduto e non rinnovato.

Si tratta molto spesso di stranieri con una lunga storia migratoria, presenti in Italia da diversi anni, persone che non sono più riuscite a rinnovare il proprio permesso di soggiorno, ad esempio perché hanno perso il lavoro, o perché non percepiscono un reddito sufficiente, o perché non riescono a dimostrare il proprio domicilio.

Molto spesso queste persone sono richiedenti asilo che dopo anni di attesa e di ricorsi si sono visti denegare la propria domanda di protezione internazionale, persone che sono passate per centri di accoglienza e progetti di integrazione, che hanno svolto corsi di italiano e tirocini di inserimento lavorativo e che con la revoca del permesso di soggiorno hanno dovuto interrompere bruscamente il proprio percorso di integrazione.

Sono quindi uomini e donne costretti ad affrontare un apparato burocratico-amministrativo che obbliga chi ha fatto ingresso in Italia senza visto, ad entrare nel percorso della domanda di protezione internazionale, che si conclude positivamente per circa il 40% dei richiedenti (Dati Min. Interno).

Gli irregolari sono anche composti dai “migranti economici”. Quegli stranieri che entrano in Italia con un visto d’ingresso, per lo più turistico, ma che si fermano oltre il dovuto in cerca di occupazione. Sono spesso badanti, colf o manovali, provenienti dall’est Europa.

Per i migranti in cerca di lavoro è diventato quasi impossibile entrare in Italia legalmente a causa del sistema delle quote, molto limitate, e della necessità di avere un datore di lavoro che si impegni preventivamente all’assunzione.

Le leggi sull’immigrazione, in particolare la Bossi-Fini del 2002, hanno creato un sistema molto rigido, non in grado di governare il fenomeno migratorio, in continua evoluzione.

La Bossi Fini ha subordinato l’ingresso e il soggiorno al possesso di un contratto di lavoro e alla dimostrazione di reddito sufficiente. Norme lontane dalla realtà del mercato del lavoro italiano dove lavoro nero o “grigio” ed evasione, in particolare in alcuni settori, sono ampiamente diffusi.

Si tratta di leggi e riforme che avevano lo scopo di cancellare la migrazione irregolare ma che hanno, di fatto, prodotto l’effetto opposto. Norme in cui lo straniero appare un soggetto da guardare con diffidenza, controllare continuamente, punire immediatamente, e premiare solo temporaneamente attraverso permessi di soggiorno di durata sempre minore.

Se la Bossi Fini ha preparato il terreno ad una società sempre più diffidente e discriminatoria, i recenti “Decreti Sicurezza” – oltre che ridurre la durata di alcuni permessi di soggiorno – con l’abrogazione della protezione umanitaria e la riforma del sistema Sprar, sono riusciti ad aumentare il numero di irregolari e a lasciare in mezzo alla strada i titolari di protezione umanitaria che, col nuovo sistema, perdono il diritto all’accoglienza.

Dovrebbe far riflette che gli stessi che hanno legiferato negli ultimi 20 anni in materia di ingresso e soggiorno, accesso al mercato del lavoro ed espulsione degli stranieri nel nostro Paese, oggi gridano all’ invasione e all’ immigrazione senza regole.

 

 

Che fine fanno gli irregolari?

Una volta che si perde il diritto ad avere un permesso di soggiorno vengono a mancare una serie lunghissima di diritti ad esso connessi, come avere un regolare contratto di affitto e di lavoro, poter rinnovare la residenza, poter rinnovare la tessera sanitaria e quindi avere un medico di base e così via.

Lo straniero irregolare scompare dai radar per entrare a far parte dell’economia sommersa. La vulnerabilità generata dal suo nuovo status giuridico lo rende, di fatto, ricattabile.

Vuol dire accettare lavori ad ogni tipo di condizione pur di sopravvivere, entrare nei giri della criminalità organizzata, vivere in alloggi di fortuna, avere difficoltà ad accedere a cure mediche, o a servizi di tutela legale.

Fare una stima precisa sul numero di stranieri irregolari è pressoché impossibile. Prenderemo per valido lo studio dell’Ispi di Milano, che stima circa 600.000 irregolari presenti.

 

 

Un problema da risolvere

A fronte della fortissima diminuzione degli arrivi è chiaro che il problema non sono certo gli sbarchi, ma la gestione del fenomeno che non può più essere trattato dal punto di vista emergenziale. Avere un numero così elevato di irregolari è il vero problema.

Impegnarsi a rimpatriare questi stranieri è illusionismo scisso dalla realtà. I rimpatri sono operazioni difficili, costose e lentissime, richiedono accordi tra Paesi, mezzi, uomini, tempi: al ritmo attuale occorrerebbero più di ottant’anni per mantenere l’impegno.

Legalizzare queste presenze, almeno nei casi in cui questo sia possibile, dovrebbe essere un nostro preciso interesse sotto ogni profilo. Il compito delle Istituzioni è assicurare legalità, non produrre illegalità.

La sanatoria diventa quindi uno strumento necessario per riportare queste persone di nuovo dentro al sistema. Protagonisti del proprio percorso di integrazione, da poter percorrere alla luce del sole, con importanti benefici sotto tutti i punti di vista per lo Stato.

Secondo il Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes, i lavoratori immigrati in Italia producono il 9% del Pil, circa 139 miliardi di euro annui; il denaro che spediscono ai loro familiari (6,2 miliardi annui) è molto più importante per il sostegno ai paesi di origine di quanto non sia quello che l’Italia destina agli aiuti internazionali allo sviluppo. Il bilancio tra costi e ricavi segnala un saldo attivo di 3,9 miliardi. Gli immigrati versano 14 miliardi annui di contributi sociali e ne ricevono solo 7 tra indennità di disoccupazione e pensioni. I loro contributi ci permettono di pagare oltre 600.000 pensioni.

La sanatoria allo stesso tempo non può che rappresentare il fallimento totale di anni di politiche marcatamente di destra sull’immigrazione. Un fallimento su tutta la linea di un sistema che produce ogni anno decine di migliaia di stranieri irregolari e che mostra l’urgenza di modificare tutto a partire dall’abrogazione della Bossi-Fini e sgomberare il campo da ideologie, convenienze politiche e slogan.

Tuttavia, dietro la proposta della Ministra Bellanova si nasconde un secondo grande tema.

Ci sono settori del mercato che fanno un ricorso massiccio ai lavoratori stranieri proprio in  ragione  della  loro  disponibilità (o la dovremmo chiamare disperazione?) ad  accettare  occupazioni e condizioni lavorative  che  gli autoctoni non prenderebbero in considerazione: si  pensi  al  settore  agricolo; alle attività turistiche, che si servono di lavoratori stagionali; alle piccole imprese che caratterizzano il nostro sistema produttivo, che si reggono spesso sul lavoro nero; alle famiglie, lasciate sole da un welfare progressivamente smantellato.

Parte della nostra economia sopravvive e resiste sui mercati internazionali grazie alla manodopera a bassissimo costo e allo sfruttamento, che spesso è quasi schiavitù, di lavoratori, stranieri e italiani, regolari e irregolari. Il re è nudo!

 

Scritto da: Nicola Mariani
Vignetta di: Luca "Mannaro" Santinelli