Una musica dalla grande forza evocativa apre simbolicamente la sezione Exodus

“Il Jazz nasce proprio da un viaggio e dalla contaminazione culturale che ne consegue” ricorda il direttore artistico di “Fano Jazz by the sea”, Adriano Pedini, inaugurando il palco di “Exodus: gli echi della migrazione”.

Non poteva quindi esserci artista migliore di Jabel Kanuteh ad aprire questa sezione del festival. Un ragazzo del Gambia, arrivato dal Mediterraneo dopo un lungo viaggio nel deserto attraverso Senegal, Mali e Libia. Oggi vive a Peglio ospite della Cooperativa Labirinto.

Il concerto di Jabel è un viaggio. Conduce alle radici di quel racconto ininterrotto – composto di presenze vive e mondi occulti, tradizioni, riti, maschere – che rappresenta l’anima del continente africano.

Un sapere trasmesso senza libri, senza bisogno di scrivere o leggere niente.

Con il suono della sua kora (uno strumento tra la chitarra e un’arpa) attraversiamo villaggi, individui, territori lontani.

Jabel è un griot, come suo padre, sua madre e come suo nonno: un narratore, poeta e cantante che gira per fiere e villaggi raccontando miti, leggende e storie della propria gente, del proprio clan o tribù. Una figura fondamentale nell’Africa Occidentale perché permette che questo incredibile repertorio orale possa trasmettersi di generazione in generazione, che le storie e i saperi vengano ripetuti e appunto fatti tradizione.

Jabel ci racconta delle storie, alcune inventate da lui, altre che provengono direttamente dalla tradizione. Parla di amore, speranza, pace, della ricerca del dono che Dio ha consegnato a ognuno di noi. Il suo canto in lingua mandinka accompagna l’arpeggio del suo strumento e la musica, come un vento caldo, riesce a percorrere la distanza tra il nostro mondo e il minuscolo Gambia, viaggiando veloce oltre deserti e mari, oltrepassa i muri del pregiudizio portandoci all’interno di uno spettacolo magico ed emozionante a tu per tu con personaggi, eventi, racconti che non avremmo mai pensato di ascoltare lungo la nostra strada. Incontriamo soprattutto Jabel Kanuteh. Emozionato nel ringraziare i suoi amici e chi ha reso possibile tutto questo, in particolare Sabina Trifilo e Giancarlo Lepore del collettivo Traffic Spazio Arte di Urbania che hanno curato l’istallazione artistica che ha fatto da cornice all’esibizione, nonché coloro che per primi hanno accolto e sostenuto il talento di Jabel permettendogli di continuare la sua arte, tornare in possesso di una kora e di riprendere il suo viaggio da griot in Italia.

Un momento culturale ancor prima che artistico, nel quale ci si rende conto ancora una volta della grande ricchezza che si riceve dall’incontro, dove la musica si fa linguaggio ed è strumento di liberazione e riscatto personale. Con un senso di gratitudine si torna a casa, alla propria vita, con l’idea che chissà quante cose, quanti mondi ci stiamo perdendo.

 

Questa sera (25 Luglio)  il palco di Exodus si arricchisce del sax soprano di Roberto Ottaviano con i suoni del “lontano”. Dalle 18.30 presso la Pinacoteca San Domenico.

 

Autore: Nicola Mariani
Foto: Mirko Silvestrini

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