Jabel Kanuteh e il suo viaggio con la kora

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Echi della migrazione sul palco di Exodus a Fano Jazz By the sea 2017

Ciao Jabel, benvenuto qui in questo accogliente cortile della Rocca Malatestiana di Fano. Anzitutto lasciati ringraziare per la tua disponibilità. Per noi di “Prospettive locali e globali” non poteva esserci intervista più in linea col nostro mandato, ovvero quello di raccontare il “lontano” e il “globale” tramite le connessioni che questo ha col “vicino”, con l’attuale quotidianità italiana che entrambi condividiamo. Il locale e il globale spesso sono solo due dimensioni dello stesso fenomeno.

Siamo qui a Fano perché stasera ti esibirai nel palco di “Exodus: gli echi della migrazione”, palco che sta all’interno della 25° ed. di Fano Jazz by the sea 2017. La tua esibizione – un solo concert con kora e voce – si chiama non a caso “Il viaggio”.

Bene Jabel, raccontaci di te. Chi sei? Da dove vieni?

Ciao, io sono Jabel, mi chiamo Jabel Kanuteh e vengo dal lontano Gambia, un piccolo paese dell’Africa Occidentale letteralmente circondato dello stato del Senegal.

Sappiamo che sei un griot. Cosa significa?

Il griot è una persona speciale e importante nei paesi dell’Africa occidentale sub-sahariana. Anzitutto bisogna dire che quello del griot è un “mestiere” che possono praticare uomini e donne. Le donne si chiamano griotte. Il griot è una persona che è in contatto con la tradizione e con la propria gente; una persona che conosce, viaggia, ascolta e narra, è gentile e aiuta gli altri. Essere griot significa conoscere profondamente l’identità storica del tuo popolo e metterla a disposizione. Inoltre significa poter cantare, suonare e trasmettere la tua cultura. Ma cantare, ballare, suonare non fanno di te automaticamente un griot. C’è una regola per diventarlo.

Come si diventa griot?

E’ un ruolo che si trasmette per discendenza. Si nasce griot. Mio nonno è griot, mio padre è griot così come mia madre, io lo sono e lo sarà anche mio figlio. I nomi Kuyateh, Kanuteh, Cissoko sono, per esempio, dei tipici nomi di famiglie griot.

Che ruolo ha il griot nella cultura tradizionale del tuo paese e che ruolo mantiene ancora oggi?

Come dicevo, noi conosciamo tante cose, la storia del nostro paese, la cultura, i miti e le leggende, la storia delle famiglie e dei loro nomi. Tutto ciò viene da noi narrato e trasmesso oralmente. Spesso, ma non necessariamente, nel fare questo utilizziamo la musica e il canto. Io sono un musicista cantore e il mio strumento è la Kora. Il griot è come un libro, il libro dell’Africa. Inoltre, il griot, ha pure la capacità di “aggiustare le cose”, cioè di fare da paciere di fronte a litigi e controversie.

Un tempo il griot era al servizio dei Re o del Principe, ne rappresentava la memoria della dinastia, narrandone vicende e imprese. Era anche il suo consigliere e portavoce, infatti oltre a rappresentarlo nelle relazioni diplomatiche in qualità di ambasciatore assolveva al compito di mediatore a fronte delle possibili conflittualità. Il Re era orgoglioso di avere i griot nella sua corte. La loro assenza era motivo di vergogna.

Oggigiorno le cose sono un po’ cambiate ovviamente. Certo, svolgiamo ancora la funzione di paciere e di ambasciatore ma oggi si valorizza maggiormente il ruolo di depositario della tradizione del paese e quello collegato alle sue funzioni artistiche. L’attività dell’ambasciatore e dell’artista in effetti si abbinano molto bene assieme. In Africa siamo sempre più spesso chiamati a partecipare nei festival musicali o teatrali. Infine veniamo invitati con funzione di rappresentanza negli eventi pubblici importanti o privati come battesimi, matrimoni o funerali.

Che ruolo pensi possa avere il griot in occidente?

Anche in Italia il griot può agire, ad esempio può continuare a svolgere le stesse funzioni che fa in Africa con gli africani presenti sul territorio italiano. Inoltre, grazie alla musica, ha l’opportunità di continuare a svolgere pubblicamente la funzione artistica e di ambasciatore di pace e di sensibilizzatore.

Quante storie conosci?

[ride] Non tante, sono ancora troppo giovane per poter svolgere completamente questo ruolo e per sapere tante storie. Se mi domandi questioni specifiche devo invitarti ad andare da mio padre, dai miei cugini, dai miei nonni. Loro sanno molto più di me. Devo imparare ancora molto da loro.

Sai, il nostro status ci porta a viaggiare non solo per il paese ma anche per il mondo. Noi siamo costantemente in contatto tramite whatsapp. Io, tramite questa applicazione, ho contatti con griot ben preparati ma lontani. Loro mi aggiornano, mi raccontano tanto. A proposito di musica, sono costantemente in contatto col griot Foday Musa Suso. Egli è il diretto discendente di Jali Madi Wlen Suso colui che più di quattro secoli fa, si ritiene, inventò la Kora. Foday Musa Suso – che attualmente vive a Chicago negli Stati Uniti – è un famoso suonatore di Kora e ha collaborazioni con musicisti come Herbie Hancock, Bill Laswell, Philip Glass, Pharoah Sanders, Jack DeJohnette, Ginger Baker, Paul Simon, Yousif Sheronick e i Kronos Quartet. In aggiunta ha collaborato nella composizione della musica per i giochi olimpici di Los Angeles (1984) e Atene (2004). Foday è molto importante per me, lo chiamo papà [mostra i messaggi sul cellulare].

Parlaci del tuo strumento, come si impara a suonarlo?

Anzitutto questo strumento musicale è intrinsecamente collegato ai griot, dunque è uno strumento che ha una funzione culturale notevole e imprescindibile. Il griot suonatore di Kora è detto jali. La kora è diffusa principalmente nel Senegal, Gambia, Mali, Guinea-Bissau, Guinea e Sierra Leone. La sua è una storia complessa. In ragione di ciò, ci sono diverse versioni nei paesi dell’Africa occidentale circa la sua nascita. Nel Gambia, il mio paese, il mito della Kora sostiene che fu una donna creativa ed ingegnosa – probabilmente una griotte – ad inventarlo e a svilupparne la tecnica esecutiva.

Ho imparato a suonare la Kora grazie a mio padre, Musa Kanuteh. E’ un sapere che si tramanda di padre in figlio. Quando ero bambino ho iniziato a praticare quotidianamente una serie di esercizi base [esegue gli esercizi con la kora]. Mi hanno subito insegnato ad accordarla. Senza queste fondamentali conoscenze non potrai mai suonarla. Ricordo che le mie piccole mani di bimbo non mi permettevano ancora di raggiungere le posizioni più estreme sulle corde. Suonavo tutti i giorni gli stessi esercizi. Non era per niente facile accordare le sue 21 corde. Crescendo ho sempre più affinato il rapporto con lo strumento. Ho ascoltato tanta musica africana. Ad esempio adoro la musica e i musicisti del Mali.

Ascolti anche la musica occidentale?

Certo. Mi piace molto la musica occidentale, la ascolto spesso. Attualmente sto ascoltando pianisti, chitarristi e bassisti. C’è da imparare tanto.

Cosa ci fa un jali come te in Italia?

Il griot deve viaggiare sempre, deve fare esperienza del mondo. E’ solo così che si impara. Mio nonno, ad esempio, non era gambiano ma proveniva dal Mali. Lo stesso “papà” Foday Musa Suso, prima di stabilirsi a Chicago, ha viaggiato tanto. “Il viaggio” è la nostra scuola.

In Italia sono ospite della Cooperativa Labirinto; grazie al loro prezioso aiuto e a quello di Alessandro Montesi e Sofia Andreani sto continuando il mio viaggio verso la conoscenza, la maturità. Devo ringraziare tante persone: Sabina Trifilo e Giancarlo Lepore del collettivo di artisti Urban Traffic di Urbania per avermi aiutato al mio arrivo e per aver organizzato la raccolta fondi per questa kora; Devon Ebah e Annissa Gouizi per avermi inserito nel progetto della soul band e per il loro supporto; il gruppo Crazy Djembe per le nostre collaborazioni. Gli Italiani, con la loro capacità di mettersi in relazione, di accogliere, stanno contribuendo in modo determinante alla mia formazione e alla mia storia. Vi ringrazio davvero tanto.

Che viaggio hai fatto? Essere un jali ti ha aiutato? Ti ha fatto assumere un ruolo particolare?

Per arrivare in Italia ho fatto un lungo viaggio. Sono partito dal Gambia, ho attraversato il Senegal, il deserto del Mali e della Libia per 20 giorni. Infine dopo tre giorni di navigazione ho raggiunto le coste italiane. Sono partito da solo ma lungo il cammino ho incontrato molte persone, diversi amici. Essere un griot mi ha aiutato in questo percorso. Le persone sub-sahariane, dopo avermi riconosciuto, mi hanno sempre portato rispetto e aiutato durante il tragitto, sia nel deserto, sia in mare. Mi chiamavano jaliba, letteralmente grande griot, ma io non sono ancora jaliba. Preferisco essere chiamato piccolo griot.

In che modo la musica ha influito sulla tua personalità?

La musica è essenziale per me. Devo tutto a lei. La musica mi ha portato in tanti luoghi, è la ragione per cui sono qua. Attualmente sto suonando in diversi posti in Italia, sia da solo, sia con la mia soul band della Labirinto.

In Italia è difficile diventare musicisti professionisti, vivere esclusivamente di musica. Quali sono le tue prospettive?

Capisco cosa vuoi dire. Beh, ogni cosa accade step by step, you know?! Io sono un musicista e suono la Kora da sempre e questo continuerò principalmente a fare. Ho tanti progetti per il futuro. Spero di riuscire a meritarmi sempre più opportunità per esprimermi musicalmente e per crescere. Ora sono qui a inaugurare il palco di “Exodus: gli echi della migrazione” di Fano Jazz by the sea 2017. Ringrazio molto il direttore artistico Adriano Pedini; questo invito significa molto per il mio percorso per diventare jaliba.

 

Autore e foto: Mirko Silvestrini