Indivisibili

Il 9 febbraio, sotto un insolito caldissimo sole, il movimento antirazzista delle marche ha chiamato a raccolta associazioni, soggetti politici e cittadini per manifestare di fronte al porto di Ancona. Indivisibili.

Il luogo è stato scelto come simbolo del respingimento dei migranti che tentano di raggiungere l’Europa, dato che proprio ad Ancona molti sono morti o sono stati fermati dalla polizia e rimpatriati, si legge nel comunicato di lancio della manifestazione.

Il presidio era tra le iniziative pensate come preparazione dell’assemblea del 10 febbraio a Macerata, a 1 anno dalla grande manifestazione in risposta all’attentato di Luca Traini del 3 febbraio 2018, che ha dato inizio alla mobilitazione di indivisibili.

Ad Ancona sono circa 500, secondo gli organizzatori, le persone che hanno risposto all’appello. In piazza c’erano dipendenti di cooperative sociali, attivisti politici, rifugiati e cittadini. Una composizione variegata per un tema che sta diventando sempre più legato alla sensibilità umana che al colore politico.

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Se conosci certe storie, non puoi stare a guardare

Silvia è tra i partecipanti, prende parola al microfono, ma non sembra la classica oratrice da manifestazione. E infatti è un po’ impacciata e fa un intervento breve, ma è efficace, si vede che l’argomento tocca la sua vita direttamente.
Quando le parlo, mi spiega che da due anni lavora come consulente psicologica per una cooperativa sociale delle marche, e ha a che fare con molti dei richiedenti asilo che beneficiano del progetto Sprar. Non ha un passato di attivismo politico, ma le storie che ha sentito dai ragazzi che arrivano dalla Libia la spingono a manifestare contro il decreto sicurezza.

“Pochi giorni fa ho visto un ragazzo che aveva i segni di un ferro da stiro sulla schiena. Queste sono  persone traumatizzate, che hanno flashback ricorrenti, insonnia, perdita di fiducia. Il contesto politico in Italia non li aiuta, sentono che possa accadere di nuovo qualcosa di brutto, si sentono insicuri. Questa legge non mi rappresenta, è una legge che colpevolizza le vittime. È un modo disumano di agire, di cui dobbiamo vergognarci.”

Le storie che le raccontano tutti i giorni a volte la fanno sentire senza speranza. Molti dei ragazzi con cui parla si vedono diniegare lo status di rifugiato, nonostante i loro vissuti traumatici e l’evidente necessità di aiuto che hanno.

Anche Gianmarco lavora per una cooperativa sociale. È giardiniere, e molti dei suoi colleghi beneficiano del permesso di soggiorno per protezione umanitaria. Oggi è venuto a manifestare con Amad, un uomo iraniano che è scappato dal suo paese per persecuzione religiosa (si è convertito al cristianesimo). “Quando certe situazioni le vivi, è ovvio che ti senti coinvolto. Io ho molti colleghi che rischiano di perdere la protezione umanitaria per la legge Salvini, è naturale che venga a manifestare per i loro diritti.”

Lui ed Amad sono stati anche alla manifestazione nazionale di indivisibili a Roma, il 10 Novembre scorso. In quell’occasione da tutta Italia sono accorse circa centomila persone, ed è stato il momento che ha dato la spinta maggiore al movimento, nonostante la scarsa copertura mediatica e le perquisizioni subite dagli autobus carichi di manifestanti diretti alla capitale.

Quella giornata è stata la dimostrazione lampante, insieme a tutte le iniziative che si sono moltiplicate in tutta Italia nei mesi scorsi, che c’è nel nostro paese almeno una parte di popolazione che non accetta la deriva razzista, è solidale con i migranti ed è pronta a farsi sentire.

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Quali sono i prossimi passi?

Valentina, dell’Ambasciata dei diritti delle Marche, ha le idee chiare sul futuro di questa iniziativa: “all’assemblea di domani si cercherà di fondare un forum nazionale, in modo da poter coinvolgere tutti quelli che si sentono di partecipare, che siano associazioni o privati cittadini. Bisogna far sentire che c’è opposizione a questo governo e a questa legge disumana.”
Non ha dubbi che la lotta per i diritti di tutti vada condotta sia sul piano culturale che su quello politico, e che ci sia bisogno di coordinarsi.

Non è un caso che l’assemblea nazionale di indivisibili si sia tenuta a Macerata: lì Luca Traini ha sparato contro sei immigrati il 3 febbraio dell’anno scorso, ed è da lì che è partita la mobilitazione una settimana dopo.

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Quando le chiedo di Traini e dell’attenzione mediatica che è tornata su di lui dopo il suo autodichiarato pentimento, mi fissa con degli occhi gelidi e dice: “Traini ha compiuto un attentato razzista, e le persone che ha ferito hanno subito gravi conseguenze anche a causa del decreto Salvini. Una delle sue vittime non può più lavorare per le ferite riportate, ma aveva un permesso di soggiorno per lavoro, che ora non potrà rinnovare. Non ci possono essere scuse, il pentimento non conta.”

Quello che colpisce nella vicenda di Traini e della nascita di indivisibili è da una parte il silenziamento mediatico a cui sono state sottoposte le iniziative antirazziste, dall’altra la reazione omertosa delle figure istituzionali, di (quasi) tutti gli schieramenti. Il sindaco di Macerata, Romano Carancini, aveva vietato la manifestazione del 10 febbraio per paura di scontri con la contemporanea parata di Forza Nuova in sostegno del terrorista. È inutile sottolineare l’abisso morale e politico che separa le due iniziative.

Valentina mi ricorda che “i media mainstream sono responsabili di due atti gravissimi: hanno nascosto la natura terroristica dell’atto di Traini, e ora cercano il pentimento, e hanno messo sotto silenzio la mobilitazione del 10 febbraio e quella di Roma.

La violenza razzista, insomma, è istituzionale e pervasiva, e viene sostenuta da ampi settori della società. Per combatterla è fondamentale condividere esperienze e formare reti di solidarietà.

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Cosa siamo disposti a fare

Silvia è categorica: “io sono pronta a violare la legge se fosse necessario. Non capisco perché non debba avere il diritto di ospitare un ragazzo che ha subito di tutto solo perché sprovvisto di documenti. Se voglio dargli una mano, ospitarlo a casa mia, lo faccio. Non importa se è illegale.”

Di fronte alla cultura violenta e razzista che sembra permeare la società italiana, è necessario rifamiliarizzare col concetto di disobbedienza civile. È importante rendersi conto che la legalità non è un valore assoluto, ma lo diventa solo se veicola altri valori fondamentali. La nascita e la diffusione di pratiche di disobbedienza attiva vanno condivise e costruite insieme.

“Io adesso non ho speranza” dice Silvia, “ma sono pronta a costruirla. So che insieme, condividendo storie ed esperienze con questi ragazzi, una speranza la possiamo costruire”

Dopo due ore, il presidio si sposta in direzione del porto. Alcuni ragazzi appendono uno striscione con su scritto “Ancona porto aperto” sulle inferriate di fronte alla banchina. Accanto ad esso, attaccano anche alcune coperte termiche, simboli delle vite salvate nel mediterraneo centrale. Dopo questo gesto, in un attimo l’assembramento si scioglie.

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Ognuno torna alle sue attività, ma aleggia una questione che nessuno di quelli con cui ho parlato ha saputo dirimere: come si affronta politicamente un avversario che è in grado di mobilitare l’opinione pubblica o, fatto ancora più inaudito, compiere atti istituzionali come impedire a una nave di attraccare semplicemente con un tweet?

Quali sono le pratiche, nuove o già note, che bisogna mettere in campo? Perché non basta quello che già si sta facendo?

Tornando con la mente alla piazza di sabato, mi accorgo che tutti quelli che erano lì lo erano, certo, perché fortemente motivati, ma proprio per questo erano tutti già impegnati nel campo del sociale.

Come coinvolgere quella fascia di popolazione che non si occupa normalmente di queste questioni? Come costruire un’opposizione vera, agguerrita e soprattutto ampia?

I primi passi sono già nelle vite di molti, ma indivisibili, se vuole avere uno spiraglio politico, dovrà rispondere anche a queste questioni.

Photogallery

Autore: Giovanni Simone  
Foto: Erika Belfiore

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