In viaggio dall’Iran verso l’Italia.
Venerdì scorso, il mio amico Kyle mi ha chiesto di aiutarlo a fare da interprete tra lui e un curdo iraniano. Kyle è americano, ma vive in Italia da molto tempo, ed è evangelico. Conosce Emanuele, così vuole essere chiamato l’uomo curdo, dall’anno scorso, e si incontrano regolarmente per parlare della Bibbia e dei suoi messaggi.

Ci vediamo in un bar in Piazza Diaz, ad Ancona, e iniziamo a parlare di fronte a té, caffè e quant’altro, all’inizio con un certo imbarazzo, poi sempre più animatamente.
E così, in men che non si dica, mi sono ritrovato a discutere di perdono, di religione e di rivelazioni con un uomo che senza dubbio ne ha viste molte più di me nella vita, in due lingue che non erano mai le lingue madri di entrambi i dialoganti.

Emanuele continuava ad esprimere concetti di una tale semplicità e potenza, che anche da un punto di vista laico non ho potuto non esserne affascinato. Man mano che parlava, aggiungeva pezzi di racconto alla storia della sua vita, della sua fuga dall’Iran.

Ma per quanto mi sforzassi di immaginarmi gli eventi, quello che avevo davanti non era una storia, era un uomo. Un uomo di 48 anni, con le spalle incassate e gli occhi piccoli, scuri e lucidi, che faceva fatica anche a tenere in mano una tazza di té.

La sua vicenda è incredibile, ma contemporaneamente così comune, è un racconto che abbiamo sentito centinaia di volte.

Ci è familiare, ma ci separa una distanza siderale. Le torture, la prigione, le violenze per strada, il viaggio in barca, tutto questo, che ci piaccia o no, non possiamo comprenderlo.

Nonostante tutto il dolore e la sofferenza che trasmetteva il suo racconto, non riuscivo a immedesimarmi con Emanuele, finché non è arrivato a parlare di come sta ora, e soprattutto fin quando non mi ha detto da quanto tempo è partito.

Sedici anni. Ci ha messo sedici anni ad arrivare in Italia dall’Iran. Sedici anni fa, io facevo la prima elementare, non immaginavo nemmeno che un giorno avrei potuto partire per Tehran. Ora, mi basta prendere un aereo e in qualche ora sono in Persia, posso visitare persepolis da turista, bere un té all’ombra di qualche albero, ingozzarmi di datteri e ripartire.

in viaggio

A un uomo, che è ora seduto di fronte a me, ci sono voluti 16 anni per fare il viaggio inverso. Una vita, una tomba sul suo passato. Da tutto questo tempo non ha più notizie della sua famiglia, di sua figlia che ha quasi la mia età ormai, se è viva, aggiunge quasi in lacrime.

Emanuele ti fissa dritto negli occhi, e ti racconta di adesso, dell’Italia. Dice che in Italia ci sono le persone migliori che abbia mai incontrato, che lo aiutano. Dice che non riesce a dormire, e che non riesce a lavorare perché spesso cade. Cioè sviene. Mi gira la testa e cado, ma i dottori dicono che non ho nulla.

E nonostante tutto è da un anno e mezzo in Italia e non ha nemmeno il permesso di soggiorno.

Mentre parla, continuo a chiedermi cosa tenga a galla un uomo così segnato, nel corpo e nella mente, dalla vita.

Emanuele ha una fede incrollabile dalla sua, ma ognuno di noi ha sogni e progetti, ha amori e odi che lo spingono ad andare avanti. Che questo per me significhi alzarmi dal divano e andare a prendere un aereo, e non affrontare mezza vita di viaggi attraverso il mondo semplicemente per sopravvivere, questa è la cosa più disgustosa e lacerante del nostro devastato mondo moderno, e nessun decreto sicurezza e nessuna propaganda razzista mi convincerà mai del contrario.

Quando me ne vado, ripenso alla forza incredibile che si cela nel più piccolo e umile degli uomini, uno che fa fatica anche ad andare al corso di italiano, ma che è ancora qua in un modo o nell’altro.

Penso a lui e a tutti quelli che non ce l’hanno fatta e che ancora ogni giorno muoiono nei modi più disparati per il solo scopo di spostarsi. Di spostarsi.
Forse non possiamo comprendere, dalla nostra torre d’avorio, i dolori che li hanno segnati durante il viaggio, ma almeno la dignità umana dovremmo riconoscergliela. Il fatto lampante che c’è un disequilibrio colossale che contribuiamo tutti a mantenere, e che insieme possiamo, dobbiamo fare di tutto per scardinarlo. Non ci sono messaggio, non ci sono retoriche da buonisti o da xenofobi che tengano. Non c’è #portiaperti, #portichiusi o altro. C’è un uomo, ci sono milioni di uomini, con la voce tremante e il passo incerto, che hanno sfidato il mondo. E ci siamo noi, di fronte, quelli che hanno sfidato. Dobbiamo solo scegliere da che parte stare.

Autore: Giovanni Simone

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