In questi giorni stiamo subendo una perdurante compressione delle nostre libertà fondamentali. Si tratta di diritti incardinati in Costituzione, libertà fondamentali che caratterizzano la democrazia e lo stato di diritto per come lo abbiamo plasmato dal dopoguerra ad oggi.

Siamo stati privati della libertà di movimento, costretti in casa e vittime di sanzioni severe in caso di violazione delle norme emergenziali previste. Gli studenti non possono andare a scuola rinunciando, di fatto, al diritto allo studio. Molti italiani hanno abbassato le saracinesche delle proprie attività, senza avere alcuna certezza sui tempi della ripartenza e rinunciando quindi al sacrosanto diritto al lavoro.

Limitazioni che tutti noi (chi più chi meno) abbiamo ritenuto pienamente legittime in quanto finalizzate alla salvaguardia del bene supremo: la vita.

Ma c’è un altro diritto fondamentale che è stato ampiamente limitato e del quale non si è quasi parlato in questo periodo emergenziale: il diritto alla protezione dei nostri dati personali.

La protezione dei dati personali è un diritto fondamentale sancito dalla Carta di Nizza ed è stato, sin dall’inizio dell’emergenza, compresso in maniera significativa. Sono state introdotte deroghe al regime ordinario di gestione dei dati, in particolare con riferimento all’ambito della comunicazione dei dati sanitari.

Come noto, nelle ultime settimane si è inoltre cominciato a parlare di una nuova applicazione, “Immuni”, che attraverso attività di tracciamento degli spostamenti degli utenti dovrebbe consentire di gestire efficacemente il contenimento dell’epidemia. Ma ciò ha un prezzo: l’introduzione di nuove e più invasive raccolte di dati personali.

Occorre sottolineare che il trattamento dei dati, se svolto con gli opportuni accorgimenti e nel rispetto delle disposizioni vigenti, risulterebbe pienamente lecito in quanto necessario per tutelare interessi vitali degli utenti.

Tuttavia, è bene ricordare che il Regolamento Generale sulla protezione dei dati (GDPR), normativa di riferimento in materia, impone che il trattamento si svolga in presenza di una previsione normativa conforme ai principi di necessità, proporzionalità ed adeguatezza.

Ora: siamo sicuri, per esempio, che l’App che il Governo intende utilizzare per il contact tracing del coronavirus rispetti tutti i crismi previsti dalla legge e, soprattutto, possa risultare uno strumento davvero efficace?

Dalla nostra analisi sembrano emergere alcuni aspetti poco chiari, che richiederebbero delucidazioni.

Le informazioni di cui oggi siamo in possesso indicano che l’app Immuni verrà utilizzata su base volontaria. In altri termini: ognuno di noi sarà libero di decidere se scaricare l’applicazione. Gli esperti sostengono che l’app per essere performante debba essere utilizzata almeno dal 60% della popolazione. Facendo i conti questo significa che nel nostro Paese dovrebbero utilizzarla almeno 36 milioni di persone. Inoltre, i dati Istat relativi al 2019 ci dicono che in Italia il 22,8% della popolazione, pari a 13,8 milioni di persone, ha più di 65 anni. Come noto le persone anziane spesso non utilizzano la tecnologia. L’applicazione rischia quindi di non vedere coinvolta una fetta fondamentale della popolazione che, tra l’altro, è quella maggiormente a rischio in caso di contagio da coronavirus. Questi aspetti sono stati debitamente considerati?

Sia chiaro, questo non significa che ogni strumento digitale volto a contenere il virus debba essere bocciato, ma bisogna fare i conti con l’età anagrafica dei cittadini italiani e con un gap tecnologico mai colmato. Non possiamo dunque pensare che questo strumento abbia lo stesso grado di efficacia registrato in altri Paesi molto più digitalizzati come Singapore, Cina o Corea.

Ma passiamo oltre.

Il GDPR prevede l’obbligo di effettuare una valutazione d’impatto preventiva (DPIA) nel caso in cui l’applicazione utilizzata sia caratterizzata da una soluzione tecnologica innovativa, trattamento di dati personali su larga scala, raccolta di dati sensibili e altamente personali, presenza di soggetti vulnerabili o monitoraggio sistematico di dati personali.

Una DPIA consiste in una procedura finalizzata a descrivere il trattamento, valutarne necessità e proporzionalità e facilitare la gestione dei rischi per i diritti e le libertà degli interessati.

La DPIA è quindi uno strumento importante in termini di responsabilizzazione (accountability) in quanto consente al titolare del trattamento non soltanto di rispettare le prescrizioni del GDPR, ma anche e soprattutto di adottare tutte le misure idonee a garantire la tutela dei dati trattati.

Il governo italiano ha svolto questa attività? I risultati di questa analisi saranno pubblicati? Ad oggi è un mistero.

Vi è di più. Il governo italiano dovrebbe indicare con precisione i dati che verranno raccolti e quali sono esattamente le finalità del trattamento. Più semplicemente: questa app dovrebbe indicarci se siamo stati in contatto con persone potenzialmente infette. A quel punto cosa dovrebbe accadere? Scatterà un obbligo di quarantena? Verremo sottoposti immediatamente a tampone? Non pare che ci sia alcuna informazione a riguardo, almeno per il momento.

Inoltre, dalle prime indiscrezioni parrebbe che l’app tratterà i dati in forma anonima. Ma come verranno creati e gestiti gli pseudonimi? Chi sono i soggetti demandati alla manutenzione dell’app? Dove verranno conservati i dati raccolti?

Questi aspetti non sono stati chiariti.

Ovviamente in una fase così delicata ed emergenziale è comprensibile che vi siano aspetti ancora in fase di definizione, ma riteniamo opportuno interrogarci con spirito critico sulle migliori azioni da intraprendere e soprattutto sulle modalità con le quali vengono attuate.

Coloro che pretendono di catalogare leggi e regolamenti come fastidiosi orpelli dovrebbero ricordare cosa è accaduto nella storia quando si sono chiusi gli occhi di fronte al mancato rispetto di diritti e principi fondamentali del vivere civile.

Dobbiamo certamente mostrare unità e disponibilità nei confronti di ogni misura che possa scacciare il mostro Covid 19 ed allontanarlo dalle nostre vite. Ma non a qualsiasi costo.

Rimaniamo lucidi. Non permettiamo alla paura di cancellare i nostri diritti e le nostre libertà.

 

Scritto da: Fabrizio Ricciardi