Ci affacciamo dai terrazzi, spalanchiamo le finestre e cerchiamo di fare entrare aria. Aria e speranza.

Per quanto tempo ancora dovremo vivere in isolamento? Reclusi? Vivere come malati per rimanere sani. Potremmo così sintetizzare questo assurdo periodo di quarantena.

La situazione si complica giorno dopo giorno. “La curva dei contagi si sta appiattendo!” Grida qualcuno. “Non abbassate la guardia!” Gridano altri. “Rimanete in casa! Non uscite, non passeggiate, non lavorate! Solo così vivrete!”

E noi tutti, tristi e spaventati, ubbidiamo. E non possiamo fare altro perché questo virus è subdolo e sconosciuto. In pochi mesi ha sgretolato la nostra quotidianità, mietuto morti come in guerra, messo in ginocchio i nostri ospedali, azzerato la nostra economia.

In altri termini ci ha semplicemente ricordato cosa siamo: poco più che nulla.

Passiamo anni interi a pianificare carriere, fare progetti, immaginarci un futuro. Ma siamo poco più che fili d’erba, destinati a spezzarsi non appena qualcuno li calpesti. È triste, ma è così. Lo è sempre stato.

Il fatto è che la nostra epoca ci ha reso presuntuosi. Vogliamo tendere all’immortalità, non accettiamo il dolore, la malattia, la morte come componenti ineluttabili delle nostre esistenze.

Ma fermiamoci un attimo e rassegniamoci a questa idea, quella della nostra assoluta fugacità intendo. Posto questo assunto tutto ci sembrerà più semplice da accettare in una sorta di fatalismo che, nella sua follia, ci renderà liberi. Liberi di vivere. Liberi di morire.

La pandemia ha mostrato tutte le inadeguatezze del nostro tempo, da qualunque punto di vista la si analizzi.

L’economia? È a pezzi. La crisi che ci attende sarà senza precedenti e non aspettiamoci che sia l’Europa a salvarci. È chiaro che non lo farà. Danzerà sui nostri cadaveri e speculerà sui nostri resti. Falliti burocrati, fate pure, ormai non ci interessa più nemmeno questo!

Oggi ci si preoccupa degli ultimi, dei poveri, di chi non ha soldi per comprare da mangiare o un tetto sotto il quale rinchiudersi. Serviva una pandemia per far emergere tutto questo?

I ricchi lanciano raccolte fondi per lavarsi le coscienze e dall’alto dei loro attici con piscina e palestra invitano tutti a rimanere a casa, a fare come loro. Ditelo a chi vive in una stanza fatiscente nella periferia di Milano. Ditegli di rimanere a casa non uno, non due ma ben tre mesi. Ditegli di fare yoga, di dedicarsi alla cucina, di leggere libri, ascoltare musica. Diteglielo e saprà come rispondervi. Il suo insulto volerà altissimo ed arriverà sino alle porte dei vostri attici. Fatelo entrare quell’insulto e ascoltatelo tutto perché è il grido di una società fallita, non da oggi ma da sempre. Da quando si è deciso di lasciare indietro gli ultimi ignorando il disagio e l’emarginazione. Saranno sempre loro a pagare il prezzo più caro, gli ultimi.

Ma c’è il virus a riportare tutto alla normalità, a ricordarci che siamo tutti uguali, non in senso nobile ma nel senso che nessuno conta nulla. Il virus contagia chiunque, ricchi e poveri, famosi e sconosciuti, atleti e pantofolai. Tutti (o quasi, almeno in Italia) chiamiamo le stesse ambulanze e andiamo negli stessi ospedali. E, di nuovo, scopriamo l’ovvio: abbiamo distrutto anche il nostro sistema sanitario nazionale. E no, non è stato il virus, siamo stati noi. Tutti noi. Con diversi gradi di responsabilità, ma siamo tutti colpevoli. Di aver deciso o di essere rimasti a guardare, passivamente, chi lo ha fatto per nostro conto. Distruggendoci.

Questo incubo finirà ma sono certo che nemmeno questa volta sapremo far tesoro della dura lezione che ci ha impartito. O forse si? Forse questa è “la volta buona”? Lasciatemi illudere perché l’illusione è l’unica certezza che ci rimane.

Scritto da Fabrizio Ricciardi