La ricerca del lavoro rappresenta un momento complesso nella vita di ogni persona e spesso determina ansia e senso di inadeguatezza. Ma quali sono i segreti per trovare lavoro?

Lo abbiamo chiesto ad un esperto della materia, il Dott. Gabriele Sciulli, HR Specialist, Personal Brand and Reputation Counseling e autore del blog www.gabrielesciulli.it.

Dott. Sciulli in cosa consiste il suo lavoro?
Lavoro da anni nel mondo delle risorse umane e mi occupo tra le altre cose di aiutare le persone ad emergere e farsi notare nel mercato del lavoro attraverso il personal branding.

Di cosa si tratta?
Il personal branding rappresenta un insieme di attività finalizzate a promuovere sé stessi, proprio come se fossimo un’azienda o un prodotto da vendere. Ogni azienda applica un modello di business e anche i singoli lavoratori devono dotarsi di un proprio modello vincente.

Ci sta dicendo che per trovare lavoro occorre curare la propria immagine? È questo che intende?
Certo, ma prima ancora bisogna conoscere il “nemico” che, quando si parla di ricerca del lavoro, è rappresentato dalla diffidenza delle aziende e dalle nuove tecnologie (social network e web 2.0).

Cosa intende?
Le racconto una storia. All’inizio della pandemia ho avuto un problema ad un tubo dell’acqua. Non conoscendo nessun idraulico ho cominciato a chiedere ad amici e vicini di casa se ne avessero uno di “fiducia” da consigliarmi. Ecco il primo punto. La ricerca del lavoro passa anche attraverso la capacità di ingenerare “fiducia” nelle aziende, superando l’iniziale fisiologica diffidenza.
Ma torniamo alla mia storia. Nessun conoscente ha saputo consigliarmi un idraulico e così ho cominciato a cercare sul web. Sono apparsi decine di nominativi ma, come ovvio, chi non ha inserito il proprio profilo online non è sicuramente comparso nella ricerca, rinunciando così in maniera preventiva alla possibilità di essere contattato. Letto l’elenco di nomi ne ho convocati due per richiedere un preventivo.
Alla fine ho scelto la persona che mi è “sembrata” più adatta e capace, quella che mi ha ispirato più fiducia. Ecco questo esempio è eloquente perché le aziende nel selezionare i candidati si comportano esattamente come ho fatto io nella scelta dell’idraulico. A monte c’è un’esigenza: quella di risolvere un problema. L’azienda cerca al suo interno la risorsa adatta e, se non la trova, apre una selezione e si rivolge al mercato incontrando persone che non conosce ed alle quali, dopo vari colloqui, affidare un incarico o proporre un contratto di lavoro.

E la diffidenza da cosa deriva?
Dal fatto che l’azienda, una volta aperta una selezione, riceve migliaia di curricula. Tutti i candidati, giustamente, propongono il proprio profilo, raccontano cosa sanno fare e i selezionatori devono “scremare” per capire chi è la persona adatta da assumere e chi invece sta millantando competenze che non possiede.
Inoltre la diffidenza è dovuta al fatto che il nostro Paese è composto in larga parte da PMI con assetto patronale nel quale lavorano padre, madre, figli e parenti vari. Queste aziende, a volte caratterizzate anche da importanti fatturati, spesso non hanno al proprio interno uffici competenti in materia di selezione del personale. Questa incompetenza in materia di selezione del personale si traduce spesso in una forma di inconsapevole diffidenza verso i potenziali candidati.

Ci diceva che l’altro nemico è rappresentato dalle nuove tecnologie.
I social network hanno grandi potenzialità e ovviamente anche il web in generale. Il problema è che oggi i social vengono utilizzati praticamente da tutti e questo non solo livella verso il basso il tenore dei contenuti condivisi, ma genera un rischio concreto di finire in un calderone dal quale è impossibile emergere e farsi notare.
Ma quando parlo di nuove tecnologie mi riferisco anche al fatto che le aziende sono ormai tutte dotate di data base per la ricezione dei cv. Essere selezionati è quindi molto difficile e, non a caso, si ha spesso la sensazione che i cv inviati non vengano nemmeno letti. Beh, non è una sensazione. A volte è proprio ciò che succede! E anche questo è un risvolto negativo della tecnologia.
Per non parlare poi delle mail. Ne mandiamo decine ma chi ci dice che vangano lette?

Ma quindi qual è il segreto per emergere?
Bisogna mettere in campo una vera e propria strategia costituita da numerose azioni da compiersi in maniera consapevole. In primo luogo è fondamentale crearsi una rete, un network di contatti offline. Persone vere: colleghi, amici e parenti che conoscano le nostre competenze e possano segnalarci opportunità di lavoro in linea con le nostre caratteristiche. Inoltre è fondamentale curare la propria immagine online, sia attraverso un uso consapevole di LinkedIn, sia mediante altri strumenti, come un blog personale per esempio. Bisogna poi essere muniti di una lettera di presentazione efficace, adattata alle singole candidature e capace di fare emergere le nostre peculiarità. Tutte queste azioni devono essere messe in campo in maniera sinergica e costante nel tempo.

Cosa significa fare un uso consapevole di LinkedIn?
Le faccio un esempio: molto spesso le persone aggiungono tra i propri contatti LinkedIn coloro che lavorano nelle risorse umane. In questo modo pensano di poter essere notati e di ricevere proposte di lavoro. In realtà è molto più utile comporre una rete di professionisti che operino nel nostro medesimo settore. Sono loro che ci devono notare! Chi si occupa di selezione di risorse umane funge principalmente da filtro in un processo decisionale molto più ampio.

Ci spieghi meglio.
Noi dobbiamo avere una rete di contatti che sia in linea con il nostro profilo. In primo luogo per beneficiare dei contenuti formativi che vengono condivisi e poi per poter a nostra volta mostrare la nostra professionalità a chi sa riconoscerla, a chi si occupa della nostra materia. Se io sono un commerciale non devo parlare di marketing o strategie di vendita con esperti di risorse umane. Dovrò farlo con chi si occupa di quelle stesse materie, magari con ruoli apicali.

Mi faccia capire: se sono un commerciale e cerco lavoro è meglio che tra i miei contatti ci siano molti direttori commerciali che possano notarmi piuttosto che molti esperti di HR che però non possono cogliere a pieno le mie competenze?
Esatto. È fondamentale farsi notare dalla persone giuste. Bisogna compiere tutte le azioni necessarie ad acquisire credibilità tra i propri “affini”, tra coloro che operano nel nostro campo e possono quindi avere bisogno di noi o comunque decidere di offrirci un lavoro. Bisogna arrivare al decision maker, a colui che alla fine della selezione decide se assumerci oppure se preferire un altro candidato.

Ma come faccio a capire chi è il decision maker?
Se in un annuncio di lavoro leggiamo: “la risorsa selezionata riporterà direttamente al direttore del reparto legale” significa, con molta probabilità, che sarà quella la persona da convincere, quello il Responsabile da avere nel proprio network e con il quale, magari ancor prima dell’apertura della posizione, entrare in contatto.

Dal quadro che ci sta illustrando sembra quasi che il Curriculum Vitae non serva molto.
Ovviamente è uno strumento fondamentale. Ma spesso è sopravvalutato e se ne parla troppo. Lo dobbiamo considerare poco più che un biglietto da visita. Internet è pieno di tutorial su come scrivere un cv, ne parlano tutti ripetendo le stesse cose da anni. Io mi limito a dire che il segreto di un buon cv è la coerenza. Tutti i dati del proprio percorso formativo, professionale, i traguardi raggiunti e gli obbiettivi prefissati devono seguire una struttura logica. Deve emergere chi siamo e chi vogliamo diventare. Non dobbiamo inserire tutto, ma solo ciò che è funzionale al nostro obbiettivo. Un curriculum coerente è un curriculum vincente.

Un altro strumento “classico” che si utilizza nella ricerca del lavoro è la lettera di presentazione. Spesso viene sottovalutata dai candidati ma Lei anche in altre occasioni ne ha sottolineato l’importanza.
Qualche tempo fa sul mio blog ho scritto un articolo in cui ho analizzato il modo in cui cercavano lavoro le generazioni dei nostri genitori o dei nostri nonni, quelle di coloro che oggi hanno 60 o 70 anni e mi sono chiesto come fossero i cv dell’epoca. Ho scoperto che in passato, di fatto, il cv non esisteva. Si inviavano alle aziende vere e proprie lettere, spesso scritte a mano, nelle quali il candidato si presentava raccontando la sua storia personale ed evidenziando le proprie competenze. Io sono convinto che oggi, il modo migliore per farsi notare, sia proprio quello di tornare a dare valore alla lettera di presentazione o meglio alla “proposta di collaborazione”, come la chiamavano una volta. Bisogna sfuggire alla logica dei portali e dei cv e tornare a spedire lettere alle aziende.

Prima ci ha spiegato l’importanza delle nuove tecnologie, ora ci dice di tornare a spedire lettere.. Qual è la strada giusta.
Bisogna imparare ad utilizzare tutti gli strumenti. Mi spiego meglio: grazie al social (per esempio LinkedIn) individuo l’azienda a cui voglio propormi e riesco a scovare anche il responsabile della business unite a cui voglio arrivare. Poi preparo una bella lettera di presentazione e la spedisco per posta indirizzandola direttamente all’attenzione del Responsabile. A quel punto sarò certo che la mia candidatura arriverà nelle mani giuste, verrà letta e chissà.. magari mi consentirà di ottenere un colloquio!

Si tratta quindi di usare le nuove tecnologie per la ricerca, ma i vecchi metodi per fare colpo; è così?
Sì, potremmo riassumerla così. Sfruttiamo il web per avere i contatti ma poi cerchiamo di emergere facendo ciò che ormai non fa più nessuno: ricorrere alla carta. Immaginate lo stupore di un selezionatore che riceve una candidatura a mezzo posta.. come minimo leggerà il contenuto della lettera, anche solo per curiosità!

Spostiamoci su altro tema: molti giovani lamentano, una volta concluso il proprio percorso di studi, di non riuscire a rispondere alle esigenze delle aziende. Questo capita soprattutto a chi ha svolto percorsi accademici in ambito umanistico. Come si può rimediare a questa difficoltà?
Io penso che questo sia un tema centrale. Capita quasi a tutti di uscire dall’università e vivere un momento di spaesamento. Il mercato del lavoro è complesso e bisogna darsi il tempo di capirlo. Il neolaureato, normalmente, non conosce minimante il mercato del lavoro, non si è mai chiesto “cosa c’è dopo” e nessuno all’università lo ha mai spiegato. Passiamo anni a studiare teorie ma poi siamo indifesi di fronte alle sfide del mercato del lavoro. E soprattutto pretendiamo di fare esattamente quello per cui abbiamo studiato. Questa logica va superata. La complessità del lavoro contemporaneo impone di utilizzare tutte le proprie conoscenze, acquisendone costantemente di nuove. Siamo noi che dobbiamo rispondere alle esigenze del mercato del lavoro non pretendere che accada il contrario.

Questo significa che dobbiamo accettare di fare cose diverse da quelle per cui abbiamo studiato?
Dobbiamo accettare che la complessità del mercato del lavoro ci impone di acquisire molte competenze trasversali. Il nostro percorso accademico fa parte di un bagaglio culturale e professionale da cui partire, ma non deve essere percepito come un limite. Non contano solo i titoli, non contano solo le competenze. Ciò che conta è saper stare e resistere nel mercato del lavoro. Non vince chi ha più conoscenze teoriche ma chi si sa muovere meglio. A qualcuno può non piacere, ma è la realtà e va affrontata.

Chiudiamo con un riferimento all’attualità: stiamo vivendo una grave emergenza sanitaria che si tradurrà inevitabilmente anche in una crisi economica. Come ci si deve preparare?
Oggi è impossibile prevedere l’impatto occupazionale di questa situazione. Occorrerà prima di tutto attendere una ripartenza per poi fare la conta dei danni. Il mondo si è dovuto fermare. Il mio consiglio, come sempre, è quello di sfruttare il momento per aumentare le proprie competenze trasversali, fare corsi, studiare, leggere libri. Implementare il proprio profilo per essere più performanti quando le cose torneranno alla normalità.
Io sono certo che questo periodo consentirà a molti di noi di riscoprire le proprie passioni, o scoprirne di nuove. E chissà che questa non sia l’occasione per molte persone di reinventarsi e trovare maggiore soddisfazione nel proprio lavoro.

Scritto da: Fabrizio Ricciardi