Il parco di Bomarzo è di certo una delle reificazioni più evidenti, se non forse la più clamorosamente teatrale, del labirintico filo di Arianna che sopravvive tenacemente tra i luoghi della nostra penisola e quella loro antica identità antropologica figlia degli umori di una terra e dei sogni e delle paure degli uomini che quella terra l’abitarono.

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Capire il Bosco Sacro significa saper riconoscere il genius loci di quella remota terra saturnina che è l’Etruria meridionale, dove l’entità naturale, l’anima nera di una terra vulcanica si lega al soprannaturale, ai miti religiosi pagani che hanno fatto della loro sclerotizzata tradizione cultuale un grande esorcismo al fuoco annichilente che alberga tanto nel sottosuolo igneo quanto nell’inquieto cuore umano generato dal primigenio seme etrusco.

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Dunque un luogo, l’Etruria, terra di fantasmi etruschi e di altre divinità ben più antiche che a questi presiedono come numi tutelari dell’intera identità italica, se vogliamo prestare fede alla leggendaria origine della nostra civiltà che si accampa proprio in questo fazzoletto di terra tufacea dove il Dio Saturno, spodestato dal cielo, diede origine allo scorrere del Tempo degli uomini.

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E poi una data, certa e indubitabile, per capirci subito: quella del 1552. Siamo esattamente alla metà del sedicesimo secolo quando, come riferiscono le cronache, un aristocratico della piccola cittadina di Bomarzo iniziò la costruzione di un parco, accampandolo tra le quinte di un secolare bosco disseminato di enormi massi basaltici che vi affiorano caoticamente come antichi naufraghi geologici. Un parco tanto singolare e atipico che Annibal Caro, primo celebre testimone del suo farsi, lo definì “una cosa meravigliosa che solo a se stessa somiglia”. Siamo dunque nel cuore di un tempo di crisi, nella profondità più cupa di un pozzo nel cui fondo sono precipitati i valori fondanti della prima civiltà rinascimentale, in un coagulo putrescente di violenze e conflittualità religiose che condanneranno irreversibilmente l’Italia alla sua futura schizofrenia identitaria.

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E in fine il nome di un uomo, a definire le coordinate ermeneutiche fondamentali del parco di Bomarzo, quello di Vicino Orsini. Pierfrancesco II Orsini, detto Vicino, era nato a Roma, e per gran parte della sua vita era rimasto legato alla Roma papalina, in quanto comandante militare delle sue truppe. Coinvolto in numerose campagne che devastarono l’Italia durante i conflitti che opponevano l’Impero degli Asburgo alla Francia, imparò a conoscere il volto meno nobile di un tempo di guerra che lo vide, di volta in volta, farsi testimone di efferati massacri nel nome di una presunta “guerra santa” o prigioniero, in più di un’occasione e per diversi anni, nelle anguste galere nemiche.

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Ma Vicino era anche erudito uomo di lettere, e proprio questa sua formazione umanistica lo porterà ben presto a ripudiare le aberranti contraddizioni del suo tempo, rinunciando ad una brillante carriera militare proprio nel momento del suo massimo splendore. Vicino Orsini, al pari dei grandi intellettuali del secondo Cinquecento, soffre la nauseante oppressione di un sempre più ottundente tempo di coercizione imposto, da un lato, da quel “principio di autorità” che ghigna sotto i rigori della censura ecclesiastica e, dall’altro, dalle derive violente di un Cinquecento che si consegna alla logica irrazionale del ferro e del fuoco. Non deve quindi stupirci che l’anno in cui questo aristocratico, stanco e disilluso, appende le armi al chiodo coincida con quello dell’inizio dei lavori del Bosco Sacro, quel fatidico 1552 già sopra citato.

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Il ritirarsi alla vita privata e la dedizione assoluta per questo nuovo progetto da realizzarsi nella quiete di un minuscolo borgo laziale ci racconta quale esorcismo di tetri fantasmi personali, “esercizio sol per sfogare il core” come ebbe a dire lo stesso Vicino, dovesse essere, almeno inizialmente, il suo Bosco Sacro. Non sappiamo con precisione chi furono gli autori materiali di tutta quella disparata congerie di personaggi favolosi che andavano lentamente a popolare il suo parco, prendendo corpo, sotto forma di grezza cesellatura manieristica delle rocce di peperino, ma non ci allontaneremmo dal vero se volessimo vedere nel Sacro Bosco di Bomarzo un’invenzione propria di Vicino Orsini, un suo autoritratto in pietra, perché di certo egli fu l’ideatore del suo intero programma iconografico. Un progetto che forse nasce già sulla falsariga di testi alchemici ed ermetici, su tutti l’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, ma che nella mente del suo autore restava in primis “luogo di delizia” dove le sue passioni letterarie per la mitologia classica e per il romanzo cavalleresco concorrevano a realizzare una di quelle macchine teatrali effimere non così desuete tra la nobiltà annoiata del tempo.

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E saranno solo gli accidenti del Tempo, un episodio luttuoso nello specifico, il più lacerante tra i tanti impostagli da quella stella maligna che sempre guiderà il suo destino a mutare radicalmente il segno di un progetto già scritto. Mi riferisco alla morte improvvisa, nel 1560 dell’amatissima moglie Giulia Farnese, con cui aveva immaginato di calarsi tra i meravigliosi svaghi anestetici del bosco, e che ora, venuta meno la sua dimensione immanente, avrebbe continuato ad accompagnarlo nella linearità di uno spazio metafisico quotidianamente rinnovabile.

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Insomma, il Sacro Bosco da macchina teatrale effimera si muta in macchina mnemonica, dove ora, e solo ora, le coordinate alchemiche si fanno più pertinenti e il percorso di iniziazione verso la conoscenza del Tutto, della pietra filosofale, diventa l’altra faccia del suo desiderio di ricongiunzione palingenetica con la donna amata. Vicino si fa sempre più demiurgo di un microcosmo simbolico chiuso in se stesso e le sue edonistiche bizzarrie manieristiche deragliano irreversibilmente in un anticlassicismo sempre più ermetico e malinconico dove i rimandi letterari si intrecciano a complicate allegorie alchemiche.

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Il non-finito diventa parola d’ordine e le sculture di peperino assumono il valore simbolico della materia prima, della pietra grezza da levigare, dell’anima imperfetta e corrotta dell’uomo che mira a tornare allo stato aureo del regno di Saturno, a raggiungere il livello assoluto della perfezione spirituale. Il mondo cavalleresco cede il passo alle divinità ctonie, a Saturno, a Proserpina e agli antri orfici che si fanno sentinelle, in un terreno a loro assoggettato, terreno sotterraneo di trasmutazioni minerali, dove il paladino Orlando e l’esangue Erminia, macerati nel trogolo alchemico, si coagulano nello zolfo e nel mercurio dell’Opera al Nero. L’intricata selva del Bosco Sacro, ponendosi sotto l’egida del Solve et Coagula alchemico, diventa ora uno spazio di attraversamento verticale, un percorso iniziatico tra cosciente e subcosciente, tra zone chiare e zone scure che si conclude diegeticamente nello spazio luminoso e vastissimo in cui si accampa il mausoleo della moglie Giulia. Il tempio dedicato a Giulia Farnese, così classico nella sua teoria di colonne doriche e nella perfezione ottagonale della sua cupola, così radicalmente “altro” da tutto ciò che lo circonda, doveva di certo rappresentare per Vicino Orsini la fine di un percorso, un percorso gnoseologico e, a suo modo, riconciliante con i demoni neri che l’avevano tenuto sotto scacco per una vita intera.

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In ultima analisi, le ragioni più vere del farsi di questo parco, come del resto per tutto quello che concerne la prassi umana, sfuggiranno sempre ad un giudizio condiviso, ma, sia che si fosse trattato di un grande esorcismo, di un progetto edonistico o esoterico, in prima istanza dobbiamo pensare al parco di Bomarzo come ad un sogno ad occhi aperti di un uomo vissuto cinquecento anni fa in un’antica terra vulcanica.

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E non c’è strumento migliore della fotografia per dare corpo ad una narrazione onirica. Se la fotografia è, per suo stesso statuto epistemologico, l’oggettivazione delle fantasie mentali di un occhio umano, allora siamo autorizzati a pensare agli scatti in bianco e nero qui presentati come una sorta di “doppio sogno” dove l’obiettivo della macchina fotografica, ben lungi dal mettere in discussione l’attendibilità dei fantasmi di Bomarzo, ne certifica invece la loro realtà ontologica. La verità delle cose è sempre in uno sguardo randagio, e questo perché la natura personalissima del nostro sé, accampandosi nello spazio inesplorato dell’alterità, non soltanto si decanta con più matura consapevolezza, ma finisce anche con il dare un senso allo spazio che l’accoglie.

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Il senso del parco di Bomarzo sta proprio in questo muro impenetrabile di bianco e nero, in questi scatti fotografici lanciati come sonde nell’imperscrutabilità del cosmo umano, nella rastramatura di un preconcetto culturale che definisce lo iato, unico possibile spazio gnoseologico, tra il mondo dell’autore e quello del suo oggetto, tra il sogno di un fotografo marchigiano del ventunesimo secolo e quello di un aristocratico vissuto a Bomarzo cinque secoli prima. La fotografia è apolide perché non chiede diritto di cittadinanza, si limita a forzare la realtà come un grimaldello ma agendo dall’avamposto gnoseologico più sicuro e fortunato che è quello esterno. Che è poi la fortuna di chi quell’Etruria di zolfo la scrive o la fotografa, ma non la vive, subodorandola con il filtro di una lente antitetica, plasmata negli umori teneri e cristallini dell’acqua di sorgiva marchigiana.

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Per chi come noi viene dall’azzurro del mare Adriatico, dalle armonie rasserenanti di una terra che sembra sempre sorridere al cielo con i verdi chiari e distesi di un paesaggio, che è quello che abbiamo imparato a riconoscere come una sorta di imprinting genetico nei dipinti del Perugino e di Raffaello, il percorso di attraversamento dell’Etruria, dell’inesplorato “altro”, inizia ben prima di varcare la porta turrita del parco di Bomarzo. L’incipit iniziatico è già tutto nella tentazione insopprimibile di uno sguardo rivolto verso ovest, oltre i denti di drago dell’Appennino familiare, nella scelta consapevole di un viaggio da farsi, sempre e comunque, con appresso il bagaglio pesante del nostro vissuto esperienziale.

Autore: Daniele Salvatori 
Foto: Mirko Silvestrini