Ascolto

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Ascoltare
è semplice. Più facile ascoltare che non ascoltare. Una cosa istintiva.
Se nell’appartamento di fianco al mio qualcuno di botto lancia un grido, non è detto che io lo senta: posso non “udirlo” perché mi trovo in una stanza lontana, perché “ascolto” musica in cuffia, perché proprio in quel preciso istante c’è un treno che passa vicino. Ma se in quell’appartamento vicino al mio “sento” rumori, mi metto ad “ascoltare” perché decido di ascoltare. Perché sono incuriosito.

Le parole chiave dell’ascolto sono DECISIONE e CURIOSITÀ.

Ascoltare è momento intenzionale e corticale (attivo) mosso dal desiderio di sapere. Udire è momento percettivo e sensoriale (passivo), garanzia basilare di sopravvivenza. Perché nelle professioni d’aiuto (medico, psicoterapeuta, infermiere, OSS, badante, soccorritore etc.) ma anche negli organismi vocati all’aiuto, esiste l’equivoco che sia il o uno dei momenti fondativi?  Perché si è portati a banalizzare sulla sua vera funzione.
L’ascolto non serve per conoscere le domande ma le risposte, non i bisogni di chi parla ma di chi ascolta, non i problemi ma le soluzioni. Sembra tanto semplice, ma il tutto è complicato dal fatto che l’ascolto richiede una “tecnica”, e la tecnica tende a riverniciare l’essenza stessa dell’ascoltare.


Nelle scuole di psicoterapia si insegna la pazienza metodologica dell’ascolto.
Esso deve realizzarsi nelle quattro fasi (simultanee) del:
1) VOLERE ascoltare;
2) MOSTRARE di ascoltare;
3) consentire di fare DOMANDE; 
4) ACCERTARSI di aver capito.

Bisogna dunque pensarci e ci vuole un po’ di esercizio, perché l’ascolto non è comunque un flusso unidirezionale, ma il frutto della interazione tra due persone. Non basta l’affiorare di bisogni secondo l’accurata gerarchia di MASLACH e neppure la perizia nell’attuare la limitazione del danno. Ascoltiamo davvero ciò che già in realtà sappiamo. E che ci stimola a fare qualcosa di utile per colui che parla certamente, ma anche e forse  soprattutto per colui che ascolta.

Autore: Olivio Galeazzi