Prospettive Magazine incontra Antonio Lovascio autore del libro “Viva Falcone, Lazzi di un giullare Siciliano” tratto dall’omonimo spettacolo vincitore del Premio Nazionale di Drammaturgia “La Riviera dei Monologhi”.
Antonio Lovascio, drammaturgo e scrittore ci racconta in che modo il Teatro si interfaccia, attraversa e racconta la Mafia.

antonio lovascio prospettive
Antonio Lovascio

L’intervista diviene un’occasione per riflettere con l’artista sull’analisi della comunicazione e sugli usi del linguaggio: il senso delle parole ed il loro valore simbolico nel teatro, nelle vicende mafiose storiche e contemporanee.

Antonio la tua professione ha un legame intrinseco e connaturato con l’uso e lo studio del linguaggio, specchio rilevatore di fenomeni sociali, tra cui quello che hai scelto di raccontare con “Viva Falcone”. In che modo le parole giocano un ruolo nelle vicende e nelle consapevolezze degli attori delle organizzazione mafiose?

Come sostiene Dacia Maraini, il linguaggio è l’identità di un popolo.
Per l’attore il linguaggio è fondamentale. Esso si manifesta sia attraverso l’espressione verbale delle parole “la parola parlata e la parola scritta” che per mezzo dell’espressione corporea, il linguaggio non verbale. Nel teatro la parola è un canale essenziale di espressione, di informazione e di formazione.
Il teatro mira a creare un confronto, a “mostrare” scenari, senza apporre giudizi. Per raggiungere questo scopo il linguaggio è fondamentale: il messaggio veicolato deve arrivare chiaro a chi lo ascolta. L’obiettivo è far sviluppare una riflessione personale allo spettatore senza fornire risposte, lasciargli spazi ed elementi su cui ragionare.
Nelle organizzazioni mafiose è completamente l’opposto: il linguaggio è ambiguo, fraintendibile, obliquo, pieno di “non detti”. Il movente presente nel teatro non c’è: l’obiettivo non è far riflettere, al contrario.

Alcuni elementi di questi due mondi, quello teatrale e quello mafioso, si discostano fortemente, ci sono aspetti comuni?

La mafia è una religione, un rito, anche il teatro lo è.
L’attore può essere agnostico ma ha pur sempre una religione: il teatro stesso. “Recitare= citare nuovamente” la radice etimologica è chiara. Il teatro si basa sulle ritualità, gestualità ripetute.
Allo stesso modo ogni mafia è ancorata alla propria ritualità, ai propri simboli, e alla propria territorialità. La mafia perpetua un rito: ha bisogno di un determinato linguaggio, di determinati gesti, di determinati cerimoniali.

Esiste quello che può essere definito il linguaggio mafioso?

Esistono diversi linguaggi mafiosi, seppur accumunati da alcuni aspetti. Falcone sosteneva che non esiste un esperanto che possa accomunare le mafie; la yakuza giapponese, la mafia russa, la ‘ndrangheta, Cosa nostra etc. non si avvalgono del medesimo codice linguistico. Se tutte avessero usato una lingua comune e universale non sarebbe possibile liberarsene.
Come ogni cosa umana, sempre citando Falcone, la mafia ha un inizio e avrà una fine.

Il linguaggio come identità di un popolo, si diceva. C’è una relazione tra il periodo storico da cui trae origine il fenomeno mafioso e la natura del linguaggio di cui le organizzazioni mafiose si avvalgono?

Si. La mafia nasce in Sicilia con le vicende dell’unità d’Italia e del risorgimento non a caso. Un territorio che storicamente è stato scenario di molteplici conquiste: dai greci, agli arabi, ai normanni. Dal punto di vista comunicativo in questa terra si è dovuto storicamente imparare a fare buon viso a cattivo gioco, ad essere ambigui, per sopravvivere. Anche con il nuovo conquistatore, l’esercito Piemontese, occorreva fare buon viso a cattivo gioco. In questa terra il linguaggio è stato condizionato dalla necessità di scendere a patti con il potere.

Antonio Lovascio Prospettive
Antonio Lovascio

Qual è secondo te il rapporto tra mafia e corruzione?

La mafia è un’organizzazione, la corruzione potrebbe essere definita un atteggiamento di stampo mafioso. Noi, nella nostra quotidianità, viviamo costantemente rapporti basati su dinamiche di corruzione. È un fenomeno dilagante implicito, collettivo. Siamo abituati a comportarci in un certo modo e a non informarci. La criminalità si riflette anche nei comportamenti basati su piccole corruzioni quotidiane.
Voglio però porre una domanda provocatoria: siamo veramente pronti e sappiamo cosa significa realmente rinunciare a questo genere di comportamenti, escludendo ogni vantaggio e possibilità? Come si fa ad essere così integerrimi. Falcone si è fatto ammazzare, Borsellino pure. Non siamo tutti Falcone e Borsellino, ma possiamo comunque lottare, fare qualcosa nel nostro piccolo.

Scarpinato, nella sua lettera scritta in occasione della commemorazione del ventesimo anniversario dalla morte di Borsellino, parla di Stato, Giustizia e Ipocrisia citando l’espressione dello stesso Borsellino “Puzzo del compromesso morale”. Quale scenario disegna oggi questa espressione?

Il puzzo sono i patti stato-mafia. Se dal ‘93 non ci sono più stragi di Stato un motivo ci deve essere, ci sono state delle collusioni all’interno del potere politico con il potere mafioso.  Se non ci sono morti ammazzati, se non ci sono stragi, non possiamo essere così ingenui da pensare che non ci sia più la mafia. Ci sono dei patti in corso, ognuno si fa i fatti suoi. È talmente banale da essere infantile.

Dal rapporto di libera-idee, ricerca svolta sulla percezione e la presenza di Mafie e corruzione, emerge che rispetto a qualche anno fa nella gente c’è molta più consapevolezza delle mafie, anche se per molti è un fenomeno globale, cioè lontano dai singoli territori. Perché?

La percezione dipende da quello che si è indotti a vedere anche attraverso la cinematografia.
C’è veramente scarsa consapevolezza e scarsa informazione. Non si parla quasi mai di mafia, neanche nelle scuole. All’interno delle famiglie, che vivono lontano da certi ambienti criminali, non ci sono strumenti per rapportarsi con il fenomeno mafioso. Nelle scuole non vengono trasmesse informazioni, eppure il comportamento dell’adulto va preparato da bambino. Da adulti si può avere più consapevolezza se nella propria formazione sono stati forniti strumenti per codificare il fenomeno mafioso. Questo potrebbe magari fornire maggiori opportunità di denuncia, piuttosto che di omertà o addirittura di collusione.

antonio lovascio prospettive
Antonio Lovascio

Sempre dal rapporto di libera idee: la società civile individua nella politica centrale la forza corruttiva/mafiosa “salvando” gli amministratori locali. Questi invece sono spesso molto implicati in dinamiche comportamentali corruttivo-mafiose.  Perché si tende ad assolvere i locali? Per paura?

Credo che dipenda dal fatto che nessuno vuole la mafia sotto casa propria, quindi si tende ad isolarla mentalmente. C’è da dire che nelle Marche, rispetto ad altre regioni, non credo ci sia una collusione ancora così radicata della politica locale con il fenomeno mafioso.
Forse il discorso nella Regione Marche è un po’ diverso: possono esserci delle azioni sul territorio fatte da determinate imprese che hanno a che fare con le organizzazioni mafiose, la ndrangheta ad esempio.

Nella tua carriera hai mai interpretato il ruolo di personaggi mafiosi? Puoi raccontarci qualcosa?

Si. In “Viva Falcone” indosso le vesti di diversi personaggi.
Nello spettacolo il protagonista è Salvatore San Filippo il quale, narrando il suo viaggio in Sicilia attraverso ricordi e immagini, si trasforma continuamente entrando e uscendo da diversi personaggi e diverse situazioni.  Attraverso questo dispositivo narrativo Salvatore è dunque attraversato da tante voci, tra cui quelle del Boss mafioso Michele Greco, che minaccia subdolamente Giovanni Falcone.
Inoltre, a proposito di linguaggi, a breve sarò in scena con lo spettacolo “Le Belle Parole” di cui Isabella Carloni è autrice. Lo spettacolo, che trae origine dal Libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso “L’inganno della Mafia. Quando i criminali diventano eroi”, sarà in anteprima al Festival di Reggio Emilia “Noi contro le mafie” ad Aprile. Il festival, di cui Antonio Nicaso è direttore scientifico accanto alla coordinatrice dello staff scientifico Rosa Frammartino, prevede una serie di iniziative volte a promuovere e incoraggiare la cultura della legalità.

Autrici: Erika Belfiore e Claudia Giacomini