Al fresco, seduti a terra sul lastricato della barocchissima chiesa di S.Pietro in Valle, aspettiamo l’ingresso del coro Anima Mundi; davanti a noi sta il presbiterio con una copia dell’opera di Guido Reni, La consegna della chiavi. Dietro di noi il portale, dal quale a sorpresa sentiamo provenire un rombo. Un omone con la barba grigia si fa avanti, verso l’altare. A lui si uniscono poi i musicisti e dal portale d’ingresso entra il coro. Disposti a semicerchio danno il via al loro ambiente sonoro, un canto atavico d’altri continenti che si conclude con una respirazione profonda, a dettare il ritmo del nostro respiro.

Anima Mundi è un progetto che nasce in viaggio, anzi, in continui viaggi in treno da e per Bologna, da lunghe cene e chiacchierate culminate con la fusione di due cori storici, quello Icense diretto da Guerrino Parri e quello Durantino diretto da Simone Spinaci. Uno spettacolo costruito attorno ad un testo, inedito, di Francesco Belfiori – la voce narrante di Anima Mundi – alternata alle varie musiche, suonate e cantate dai musicisti e dal coro in una vorticosa transumanza dal passato all’oggi, attraverso i canti popolari scelti tra le tradizioni dell’Est Europa, del Sud America, del Sud Africa e pure del Centro Italia. La voce familiare, calda e profonda di Belfiori ci guida per le calli e le cantine di quella che sembra essere la dimensione onirica di un povero carcerato, alla ricerca di un’affascinante e misteriosa figura femminile, dei quali scopriremo le identità solo alla fine dello spettacolo.

Ma sono i canti delle più disparate tradizioni geografiche i veri protagonisti di questo appuntamento di Exodus,che ancora una volta centra in pieno il bersaglio e ci permette di ascoltare dal vivo gli echi delle migrazioni dei nostri avi, non così distanti dalle tragiche migrazioni odierne. “Una risorsa e non un pericolo”, ci tiene a ribadire Adriano Pedini prima dell’inizio dello spettacolo. Con Anima Mundi trasmigriamo davvero da un luogo geografico e temporale all’altro. I canti balcanici tradizionali scaldano il pubblico e instillano in chi ascolta il desiderio di danzare sotto il soffitto decorato di S.Pietro in Valle, finché un gong vibrato non riporta l’atmosfera alla solennità del luogo e le due soliste, perfettamente allineate in prospettiva ai due arcangeli di marmo dell’altare, rispondono benissimo alla solennità pretesa dal gong. Tornate al loro posto è la fisarmonica a dettare di nuovo il ritmo, un’aria sud americana, un tango che ci catapulta oltreoceano dove rimaniamo sbalorditi per un po’, sbalorditi dal perfetto miscelarsi di voci e strumenti, imperniati tutti sulla solida base di percussioni, presente ma mai invadente.

Peppe Consolmagno, l’omone con la barba grigia, suona di tutto, gong, zucche colme d’acque, kalimba, oltre ai richiami vocali che gli fuoriescono dal torace. Dall’America del sud all’Appennino bolognese ci arriviamo in un soffio, con il canto raccolto negli anni ’70 dall’“antropologo musicale” Giorgio Vacchi, Fa la nana.

Infine, il coro si dispone di nuovo in semicerchio, intonando un canto sudafricano, dopo l’ultima lettura di Belfiori, che ad ogni ingresso in scena ha seguito il suo canovaccio dal grande libro aperto tra le mani, simile agli spartiti dei coristi, che sembrano leggere le sue parole tra i fogli delle loro note.

Mai nome di un progetto, insomma, è stato più azzeccato: Anima Mundi ci mette davvero in contatto con l’essenza musicale più profonda, quella umana della vita di tutti i giorni, quando si cantava tutti insieme per pregare, per festeggiare un momento importante e, soprattutto, per svagarsi e dimenticarsi dei travagli di una realtà dura, fatta di fatica e privazioni.

Autore: Luca Marconi
Foto: Mirko Silvestrini