La luna di pomeriggio al San Domenico

“Il jazz ha rappresentato la voce della libertà per tanti Paesi negli ultimi 100 anni” così il pianista Herbie Hancock – icona del jazz mondiale e goodwill Ambassador per l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – commentava nel 2012 la decisione dell’UNESCO di riconoscere il jazz come patrimonio dell’umanità. Questo genere ha dimostrato di essere “uno strumento di sviluppo e crescita del dialogo interculturale volto alla tolleranza e alla comprensione reciproca”. Ciò significa che la musica in generale e il jazz nello specifico possiedono un’innata capacità di promuovere il reciproco ascolto, il confronto, lo scambio interculturale, la dignità e i diritti umani. Una musica che non solo per sua natura supera le differenze di razza, sesso, età, religione, etnia o nazionalità ma si nutre proprio di diversità.

In quanto promotrice di libertà, sensibilizzazione, condivisione e solidarietà, la musica ha il potere di scuotere ogni genere di fondamentalismo. A fronte dell’attuale drammatico fenomeno migratorio, il jazz che è musica di migrazione per antonomasia, può e deve diventare uno strumento di incontro e integrazione.

In linea con tale esigenza la XXV° ed. di Fano Jazz By The Sea ha proposto il progetto “Exodus: gli echi della Migrazione”, sei concerti solo ospitati nella cornice pomeridiana della suggestiva Pinacoteca San Domenico di Fano dal 24 al 29 luglio. Il palco di Exodus, con le sue narrazioni musicali, ha rappresentato un momento di riflessione sull’attuale dramma dell’immigrazione ma anche una feconda opportunità per incontrare alterità e contaminazioni.

Exodus è la metafora dell’autoaffermazione tramite ricerca, di chi persegue un itinerario alternativo, di chi abita i luoghi della transizione. Una condizione che implica un doppio viaggio, uno esterno e geografico, uno interno, introspettivo ed artistico. Questa duplice traiettoria migratoria produce echi, risonanze esistenziali percepibili da ogni audience, al di là di qualsiasi appartenenza. In questa edizione, la formula del concerto solo vuole sottolineare la fisiologica solitudine dello scenario introspettivo del migrante, di chi affronta il proprio guado. Il riverbero delle navate di San Domenico ha simbolicamente amplificato la dimensione introspettiva del migrante fino a renderla pubblica e condivisibile. Siamo di fronte ad un rito di passaggio che porta ad un significativo cambiamento di status dal quale non si torna più in dietro. Il musicista è necessariamente un migrante che dimora in una zona liminale intrisa di riflessività e creatività potenziali. Il migrante appare come la luna di pomeriggio del signor Palomar di Italo Calvino, “nessuno la guarda ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse”.

Dunque tale precarietà sta faticosamente in bilico tra l’essere-ci e il non esser-ci più, come costantemente gli echi dei nostri telegiornali ci informano rispetto a chi si vede costretto ad attraversare mari e deserti. Questi sono gli stessi echi del “viaggio” attraverso Mali, Libia e Mediterraneo che il poeta e cantore griot gambiano Jabel Kanuteh ha rievocato con la sua Kora; sono i suoni del “lontano” che il sax soprano di Roberto Ottaviano ha portato a noi mentre il fisarmonicista Simone Zanchini ci traghettava verso la frontiera del “quasi acustico”. Anche la chitarra sarda preparata di Paolo Angeli e il migrante con tromba Giovanni Falzone, rispettivamente sardo e siciliano, hanno intensamente dimostrato come si possa proporre convincenti soluzioni musicali contaminate ma integrate. Lo stallo della precarietà del migrante è stato da ultimo sorpassato dalle “forme in movimento” del batterista Roberto Dani che, con la sua performance al confine tra suono/corpo/spazio, ha chiuso la gestalt di consapevolezza promossa da Exodus. Riprendendo le parole del chitarrista gallurese ed etnomusicologo Paolo Angeli diciamo che il palco di Exodus “è dedicato a chi cerca nell’intenso blu del mare la speranza di un riscatto esistenziale” mentre “NON è dedicato a chi erige muri”.

Il percorso composto di multiculturalità musicata offerto da questo palco ha dato voce ai lati intimi e reconditi del migrante ma anche stimolato e alimentato quelli più segreti del pubblico. Se è vero che i migranti sono come la luna di pomeriggio di Calvino, allora la musica di Exodus propone prospettive capaci finalmente di coprire con lo stesso sguardo la faccia nota e quella più nascosta dell’unica luna che agli abitanti di questa terra è dato di ammirare, quella dell’umanità.

 

Autore e foto: Mirko Silvestrini

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