Le cause per le quali si lascia il proprio Paese sono molteplici e mutevoli;

l’unico punto fermo dovrebbe essere la garanzia di approdare con sicurezza in un luogo dove poter esercitare i propri diritti fondamentali.

Era il 1933 quando un nostro connazionale, figlio di emigrati italiani in America,  veniva eletto sindaco di New York, per poi rimanervi per ben tre mandati consecutivi. Salito in carica negli anni della Grande Depressione, Little Flower, come veniva chiamato scherzosamente Fiorello La Guardia, amministrò con grande efficienza e onestà la città, combattendo il crimine e rilanciando l’economia. A lui, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e poco prima della sua morte, venne intitolato l’aeroporto della città.

Farrokh Bulsara nasceva a Zanzibar il 5 settembre 1946 da genitori indiani appartenenti all’etnia parsi e di religione zoroastriana, i quali si trovavano lì per lavoro. Visse gran parte dell’adolescenza in India con la nonna e la zia, poi tornò in Africa. Nel 1964 si spostò con la famiglia in Inghilterra perché a Zanzibar scoppiò la rivoluzione che portò alla nascita della Tanzania. Visse e morì nel 1991 a Londra dopo essere diventato uno dei più celebri e influenti artisti nella storia del rock: è noto a tutti come Freddie Mercury.

 

L’8 febbraio del 1888 nasceva ad Alessandria d’Egitto, da genitori italiani originari della provincia di Lucca – quelli che oggi verrebbero definiti “migranti economici” – il poeta Giuseppe Ungaretti. Il padre, infatti, era operaio presso lo scavo del Canale di Suez. Nel 1912, dopo un breve periodo trascorso al Cairo, lasciò l’Egitto per andare a Parigi e nel tragitto vide per la prima volta l’Italia. Morì nel 1970 a Milano.

La lista di nomi potrebbe continuare all’infinito, e non comprende solo personaggi celebri. Le persone che, lasciando il Paese di origine per affermarsi in terra straniera, hanno “fatto la differenza” sono migliaia e soprattutto sconosciute.

La storia ci offre scenari diversissimi delle condizioni politiche, legislative e socio-culturali che hanno fatto da sfondo ai flussi migratori. Guardando all’esperienza del nostro Paese, se nella seconda metà dell’800 l’emigrazione presentava ancora le caratteristiche di un fenomeno spontaneo che riguardava solo una minima parte della popolazione del Regno, alla fine del secolo il numero di espatri iniziò ad assumere le proporzioni di un vero e proprio esodo.

I numeri della migrazione italiana della seconda metà del 1800 allarmarono i gruppi industriali del nord del Paese e i latifondisti meridionali.

Le pressioni esercitate soprattutto dai grandi proprietari terrieri del sud, preoccupati per la carenza di manodopera a basso costo e, di conseguenza, per la crescita dei salari minimi, portarono all’emanazione di una serie di normative fortemente repressive del fenomeno migratorio. La circolare emessa nel 1868 dal presidente del Consiglio Menabrea ordinava ai prefetti di impedire l’espatrio a coloro che intendevano emigrare in Algeria e negli Stati Uniti, qualora non avessero dimostrato di possedere, in questi paesi, un lavoro già garantito o adeguati mezzi di sussistenza. La circolare “Lanza” del 18 gennaio del 1873 obbligava l’emigrante a provvedere di persona al proprio viaggio di ritorno, in caso di malattia o indigenza.

Nell’ottica di regolamentare compiutamente la migrazione venne emanata il 30 dicembre del 1888 la legge n. 5866, detta anche legge Crispi. La norma riconosceva all’emigrante il pieno diritto di espatriare per motivi di lavoro, ma introduceva discrete restrizioni dovute al mancato espletamento degli obblighi militari.

La legge italiana n. 23 del 1901 definiva l’emigrante come quello che si avventurava al di là del canale di Suez, in un Paese posto oltre lo stretto di Gibilterra.

Finalmente nel 1901 si giunse alla formulazione della legge n. 23, la quale, al fine di garantire adeguata tutela all’emigrante, istituiva delle commissioni ispettive nei vari porti di imbarco (Genova, Napoli, Palermo) con il compito di verificare se le navi impiegate a tale scopo rispondessero ai requisiti imposti dalle normative sanitarie. Prevedeva che a bordo dei piroscafi fossero previsti commissari viaggianti e medici militari, col compito di verificare l’osservanza delle disposizioni sancite dal regolamento di attuazione della legge e l’adeguatezza degli spazi a disposizione degli emigranti. La norma era volta a tutelare l’emigrante anche dopo la conclusione del viaggio, con la creazione, nei principali paesi di immigrazione, di patronati ed enti di tutela obbligati a fornire assistenza legale e sanitaria a chi ne avesse bisogno.

A partire dagli anni venti del Novecento il flusso migratorio italiano si ridusse
progressivamente fino a esaurirsi completamente con la Seconda guerra mondale. A determinare questo esito contribuì anche la politica restrittiva degli Stati Uniti che, mediante l’Immigration Act del 1924, limitò il numero di ingressi, principalmente di persone provenienti dai Paesi dell’Europa meridionale, tra cui appunto l’Italia.

Nel frattempo, nel periodo delle due guerre mondiali, i Paesi Europei guardavano al di là dei loro confini per reclutare manodopera. Più di un milione di soldati africani combattevano per sconfiggere il nazismo e il fascismo ed altrettanti ne venivano impiegati per ricostruire città e rimettere in moto le economie.

La Gran Bretagna fece ricorso alle tradizionali riserve di manodopera irlandese e agli immigrati provenienti dai paesi caraibici, dal subcontinente indiano, dall’Africa anglofona e dall’Asia sud-orientale. L’Olanda, dopo aver visto un notevole afflusso di immigrati dalle ex colonie delle Indie Orientali, conobbe un consistente arrivo di lavoratori dal territorio caraibico del Suriname. Belgio, Svizzera  ma soprattutto Francia e Repubblica Federale Tedesca guardarono ai paesi dell’Europa meridionale, specialmente all’Italia.

La Francia, attingendo dalle preziose riserve fornite dalle colonie africane, considerava l’immigrazione non solo come una risposta alle proprie esigenze economiche ma anche come una soluzione alle proprie carenze demografiche. La Repubblica Federale Tedesca, viceversa, considerava l’immigrazione come uno strumento puramente economico, optando per un sistema che prevedeva una continua rotazione di lavoratori in funzione del mantenimento dell’equilibrio tra offerta e domanda nel mercato del lavoro.

Migliaia di esseri umani, speranzosi di trovare lontano uno strumento di realizzazione personale, col vento degli interessi politici a volte a favore, altre volte contrario, hanno di fatto posto le basi culturali e sociali di alcune di quelle che poi sarebbero diventate le più importanti democrazie del mondo.

Passando attraverso profonde crisi economiche e culturali, la nascita di spazi comuni di libera circolazione e lo scoppio di sanguinose guerre, i popoli hanno continuato e continuano a spostarsi. Spinti dalla stanchezza di subire un regime dittatoriale e corrotto, in fuga da conflitti violenti o da forme di discriminazione, nella speranza di poter crescere in un luogo salubre e non inquinato, oppure per il legittimo desiderio di vivere in un Paese con salari medi più alti, scuole migliori e servizi più efficienti. Molto spesso per più di una di queste ragioni.

A partire dagli anni ’70 l’esigenza di garantire maggiore sicurezza sociale ed un numero di posti di lavoro più alto a coloro che già risiedevano regolarmente nel territorio, sono tra alcune delle argomentazioni che hanno ridisegnato le politiche sull’immigrazione adottate dai Paesi di destinazione.

Allo stesso tempo diventava sempre più marcata la sproporzione tra lo sviluppo economico del mondo occidentale e l’aggravarsi della povertà in molte altre parti della terra, con la conseguenza che, come storicamente sempre avvenuto nella storia dell’uomo, i popoli hanno iniziato a cercare terre dove poter vivere con più dignità.

Sono cambiati gli scenari politici, migrare è rimasto difficile ed è sempre, come noto, un fenomeno la cui natura e i cui numeri non sono dettati dagli uomini, dalle donne e dai bambini che si mettono in viaggio. Seppur siano loro i titolari dei diritti che esercitano compiendo la scelta di spostarsi.

Come chiaramente sottolineato nel Programma di riforma delle norme italiane in materia di diritto dell’immigrazione, asilo e cittadinanza pubblicato da A.S.G.I. “La globalizzazione delle merci e delle produzioni, che è tanto necessaria al sistema economico dei Paesi ricchi, in costante ricerca di mercati nei quali vendere i prodotti e nei quali creare consumatori, non va di pari passo con il diritto al movimento delle persone. Alla libertà della migrazione delle merci non corrisponde il riconoscimento di un analogo diritto di movimento delle persone, neppure quando la guerra per il potere economico e/o politico in un dato territorio avviene nelle forme più tradizionali: con le armi.”

Sembra altrettanto perverso, a mio parere, strumentalizzare la necessità di garantire più lavoro ai cittadini di uno Stato per giustificare l’inasprimento delle politiche sull’immigrazione. Ciò che ne esce malconcio è il principio di uguaglianza, al quale le stesse democrazie che spesso hanno attratto uomini da diverse parti del mondo o ne hanno impedito la migrazione per mere esigenze di politica interna, millantano di essersi ispirate.

La normativa europea sugli ingressi e sui soggiorni può definirsi senz’altro repressiva, ma allo stesso tempo priva di meccanismi che consentano l’ingresso regolare dei migranti o la semplificazione della regolarizzazione allorquando una persona, ad esempio, riesce a trovare un lavoro o un percorso di studio una volta giunto nel territorio. In Italia il Testo Unico delle leggi sull’immigrazione risulta ancora fondato sull’antiquato sistema dell’incontro a distanza tra domanda e offerta di lavoro. Poteva funzionare quando vi era interesse da parte dei Paesi europei nel reclutare manodopera straniera, funzionerebbe tra Stati che versano nelle medesime condizioni economico-sociali. Non funziona se la ricerca è rimessa alle popolazioni dilaniate dalla povertà. Il Decreto Flussi, da anni ormai, non copre tutti i posti messi a disposizione, a riprova del fatto che è un meccanismo inefficace.

Casualità è umanità, casualità è un problema che ci spinge a trovare soluzioni, casualità è energia e senza energia prima o poi ci fermeremo.

Guardando ancora al fenomeno dal punto di vista di chi viaggia, penso ai miei coetanei cresciuti sognando gli orizzonti soleggiati della California e le vette illuminate dei grattacieli della Grande Mela. Il mito del sogno americano mi riporta quindi alla figura di Fiorello La Guardia e di tutti quelli che, come i suoi genitori, hanno scelto di realizzare se stessi lontano da casa.  Valigia viaggio

Oggi l’Italia può considerarsi privilegiata, ad esempio perché rientra fra i 37 paesi del mondo – la maggior parte dei quali in Europa – ai quali è permesso entrare negli Stati Uniti senza un vero visto(sistema Visa Waiver Program). Certo, per massimo tre mesi e da mero turista, ma l’uomo, quando determinato, trova il modo di mettere radici.

Come noto, la politica sull’immigrazione è uno dei campi ove si è giocata la battaglia elettorale di Donald Trump, il quale ha fatto leva sul pericoloso comun sentire del popolo americano per portare a casa la vittoria. A distanza di qualche mese dalla sua salita al potere, molti dei suoi piani, come togliere fondi alle grandi città che accolgono e proteggono gli immigrati e l’introduzione di una norma che impedisca l’ingresso alle persone provenienti da sei paesi a maggioranza musulmana, risultano bloccati da provvedimenti giudiziari. Una cosa è certa, non proporrà politiche di apertura e, per esempio, molti dei rifugiati cubani in attesa di entrare dopo l’abrogazione del Cuban Adjustment Act, ad oggi sono costretti a rimanere in Messico, dove hanno regolarizzato la loro situazione in attesa del miracolo.
Intervistato recentemente dal The Guardian, Brian J. Donnelly, ex membro del congresso del Massachusetts e creatore della prima lotteria per la green card nel 1986, afferma che la politica americana sull’immigrazione si sta muovendo verso un sistema basato sui bisogni. Essendo il sistema della lotteria caratterizzato dalla casualità nella scelta, Donnelly ritiene che sia destinato a morire ed aggiunge: “nella casualità però c’è bellezza”.

Andy J. Semotiuk, avvocato esperto in diritto dell’immigrazione che opera a New York, anch’esso intervistato per l’articolo, afferma che la lotteria per la green card è l’unico strumento per la semplice casalinga o per il meccanico, insomma per la persona ordinaria e non un titolare di un dottorato, un professore di Harvard o un ingegnere, di vincere il sogno americano. “Solo questo programma è in grado di arricchire la pentola multietnica americana”, conclude.

Autore: Claudia Giacomini
Art Work: Giacomo Giovannetti

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