La bambinaia che lasciò alle spalle bauli di rullini

Volge ormai al termine la mostra retrospettiva della fotografa americana Vivian Maier presso il Museo di Roma in Trastevere; iniziata il 17 marzo l’esposizione chiuderà i battenti il 18 giugno.

Come ormai è di pubblico dominio, Vivian Maier rappresenta un caso di scoperta postuma. I suoi bauli ricolmi di rullini, solo in minima parte sviluppati, andarono infatti all’asta nel 2007 per un mancato pagamento e quindi acquistati da John Maloof – agente immobiliare di Chicago – il quale ben presto ne comprese l’inaspettato valore. Accumulatrice seriale di oggetti e riviste, donna schiva ed incline alla misandria, governante e bambinaia, abusante con i propri bimbi e psicologicamente segnata, la Maier ha immortalato il fluire della vita quotidiana delle strade di Chicago e New York.

Dirigeva con austerità e delicatezza la propria Rolleiflex verso bambini, donne della upper-class, uomini solitari, coppie di anziani, ombre umane, afroamericani ma anche verso simbolici elementi come calzature femminili, mani che si stringono, riflessi, scenari urbani dove a volte incombeva l’oscura ombra del proprio imponente corpo. Il capitolo degli autoritratti poi – centrale nell’opera della fotografa – è caratterizzato da scatti lapidari e pieni di lucida autoconsapevolezza.

Due elementi ci sembrano emergere dalla decantazione delle foto: l’assoluta necessità di fotografare e l’ambiguità della propria posizione rispetto al mondo.

E’ noto come l’autrice fotografasse compulsivamente senza prestare grande attenzione allo sviluppo delle pellicole, all’esposizione e alla divulgazione delle stampe. Dunque uno scatto che ha valore in sé, nel suo farsi, scevro da istrionici o peggio narcisistici intenti. Il gesto fotografico come vitale acting out che cerca la (di)sperata connessione col mondo, che proietta la propria emotività – liberandosene per un tempo coincidente con il click – fuori dai perimetri dell’introspezione, su quell’umanità così tanto riflettente sulla quale tornava insistentemente. Un esser-ci alimentato da click rubati, addirittura impertinenti. Finalmente un vivere col corpo tra i corpi, una sincronizzazione del tempo interno con quello esterno, un alleggerimento che lambisce il peso specifico delle pesanti ombre che immortala. Ecco come non soccombere sotto la zavorra degli austeri “abiti” con i quali si corazza. L’umanità rappresentata dalla Maier appare essere l’algida esternazione d’una tumultuosa interiorità. Da qui l’assoluta necessità di gettare fuori, (pro)gettare fotografie.

E l’ambiguità? La posizione di Miss Maier rispetto al contesto appare totalmente distaccata ma completamente immersa ad un tempo. Stando alle testimonianze dei suoi contemporanei, l’autrice condusse una vita di marginalità affettiva e relazionale. Lei stessa declinava le proprie generalità in modi dissimili come Viv, Maier, Meier, Mayer, Miss Maiers, Miss D. Maier, Miss B. Maier, Miss V. Smith, mentre si descriveva come “a sort of a spy” ma anche “a mystery woman”. Questa localizzazione laterale rispetto alla mondanità le offrì acute prospettive di osservazione sulla condizione umana. Infatti la sua umanità non raramente è ritratta di schiena, al di là di giustapposti riflessi o membrane immaginarie ma tangibili. D’altro canto, grazie al movimento proiettivo, si esperisce un totale invischiamento con i suoi soggetti, una condivisione senza soluzione di continuità con le sofferenze altrui, un’organica empatia.

Sulla scorta di tali suggestioni, “Prospettive” ha diretto la traiettoria della propria reflex verso l’interazione che questa volta il mondo intrattiene con Vivian Maier per vedere se quel mondo da lei fotografato possa funzionare per una volta al contrario utilizzando lei come riflettente specchio.

 

Articolo e Foto di Mirko Silvestrini
FONTEMirko Silvestrini
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