Sette falsi miti sugli immigrati a cui i populisti vogliono farci credere

I flussi migratori, secondo quanto rilevato dall’Associazione Carta di Roma nel report “Notizie oltre i muri”, hanno conquistato le prime pagine dei giornali, tant’è che sono stati soltanto 12 i giorni in cui non è stata pubblicata alcuna notizia sull’argomento sui quotidiani più diffusi. L’immigrazione e gli immigrati sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana, diventando un “luogo comune” dell’informazione, hanno invaso i social e sono ormai un tema ricorrente di cronaca e del dibattito politico.

Una maggiore copertura mediatica del fenomeno, tuttavia, non sempre corrisponde ad una reale conoscenza dell’argomento. Infatti, si sono intrecciati diversi processi: da un lato, i media tradizionali hanno fortemente politicizzato l’argomento; dall’altro, abbiamo assistito ad una estremizzazione delle posizioni di articoli, post e commenti sui social media.

Bufale e false notizie trovano terreno fertile per attecchire, soprattutto quando i protagonisti sono migranti e richiedenti asilo, fortemente marginalizzati sui media, e quindi nella condizione di non poter rispondere direttamente. Il problema, urgente, è quello di ristabilire la dimensione reale del fenomeno migratorio.

1) Stiamo subendo un’invasione!

Le statistiche ufficiali (Unhcr) dicono che la maggior parte delle persone in fuga si sposta verso i paesi limitrofi al proprio, non si “imbarca” per l’Europa. Degli oltre 65 milioni di persone nel mondo costrette alla fuga nel 2015, ben l’86% resta nelle regioni più povere del pianeta. Il 39% si trova in Medio Oriente e Nord Africa, il 29% in Africa, il 14% in Asia e Pacifico, il 12% nelle Americhe, solo il 6% in Europa.

Il numero dei rifugiati che sono ospitati nei paesi europei è pari a 1,8 milioni, mentre i richiedenti asilo sono circa 1 milione. In Italia si trovano 118.000 rifugiati (ovvero 1,9 ogni 1000 cittadini italiani) e 60.000 richiedenti asilo. Va detto che l’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale: i primi in classifica sono la Svezia (17,4 ogni 1000), Malta (16,5), la Norvegia (9,8) e la Svizzera (8,9).

A livello globale, i Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati sono nell’ordine la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni) e il Libano (1,1, milioni). In quest’ultimo, ogni 1.000 abitanti si contano addirittura 183 rifugiati.
Secondo l’Unhcr, 875mila migranti e profughi sono arrivati via mare in Europa dal 2008 al settembre 2015. Anche se tutti fossero rimasti in Europa, si tratta dello 0,17 per cento della popolazione europea (che è di 507 milioni di abitanti).

 

La popolazione europea cresce solo grazie agli immigrati: è aumentata di 1,8 milioni rispetto al 2015, nonostante uno scarto nascite/morti negativo (-135mila), grazie a un saldo migratorio di 1,9 milioni. In Italia, invece, la popolazione dal 2015 è scesa da 60,8 milioni a 60,7 perché sono morte più persone di quante ne siano nate – uno scarto di 162mila – e la differenza tra arrivi e partenze (32 mila) non è riuscita a compensare. Dato che gli italiani diminuiranno dal 2015 al 2025 di 1,8 milioni, “per mantenere sostanzialmente inalterata la popolazione italiana” in età da lavoro servirà un flusso di circa 157mila ingressi annui.

2)“Lo Stato mette gli immigrati negli hotel di lusso e non si interessa degli italiani che soffrono”

In Italia le strutture di accoglienza sono articolate in centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), centri di accoglienza (Cda), centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e centri di identificazione ed espulsione (Cie). E poi ci sono i centri di seconda accoglienza destinata ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale come gli Sprar.

L’accoglienza in strutture ricettive come gli alberghi è gestita direttamente dal ministero degli Interni, attraverso una serie di bandi. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato in Italia è di 35 euro al giorno, che non vengono dati direttamente ai migranti ma alle strutture di accoglienza, tranne due euro circa di diaria giornaliera, il cosiddetto pocket money. per coprire la spesa del personale: cioè per pagare gli stipendi, i contributi e i contratti degli operatori che lavorano nei centri, e che sono soprattutto giovani italiani. Una parte è spesa per l’alloggio e per il mantenimento delle strutture, che alcune volte sono di proprietà dei comuni e vengono ristrutturate e altre volte sono prese in affitto da privati della zona. Infine, una parte serve a pagare i fornitori, da quelli di generi alimentari alle farmacie fino alle cartolerie. Si tratta di una spesa che sostanzialmente rimane nei comuni.

Bisogna inoltre considerare che molti migranti non ricevono accoglienza e finiscono per alimentare la popolazione dei tanti insediamenti informali nati in tutta Italia, dove si vive ai margini della società. Sono almeno 10mila, secondo Medici senza frontiere i rifugiati (Msf) e i richiedenti asilo che vivono in condizioni degradanti.

3) “Ci rubano il lavoro!”

Un recente rapporto del Centro Studi di  Confindustria ha evidenziato gli effetti positivi dell’immigrazione sul mercato del lavoro italiano, osservando, per settore di attività e tipo di professione, la prevalenza anche nel nostro paese di andamenti simmetrici dell’occupazione straniera rispetto a quella italiana (al crescere della prima, cresce anche la seconda), sia nell’industria in senso stretto sia nelle costruzioni, e per occupazioni più o meno qualificate. Diverso invece il quadro nei settori dell’agricoltura e dei servizi, nei quali gli immigrati spesso svolgono mansioni che gli italiani non sarebbero comunque disponibili a svolgere, al punto che molte attività agricole devono la loro sopravvivenza alla disponibilità di manodopera straniera. I dati più recenti del Ministero del Lavoro evidenziano peraltro come tra i lavoratori stranieri sia maggiore lo squilibrio tra livello d’istruzione e impiego svolto: solo l’1,3% dei lavoratori italiani con laurea svolge un lavoro manuale non qualificato, mentre questa percentuale si alza all’8,4% nel caso dei lavoratori extra-comunitari.

La presenza di lavoratori immigrati rappresenta una ricchezza per il nostro paese anche dal punto di vista della finanza pubblica. Secondo quanto rilevato dall’INPS, ogni anno gli immigrati versano 8 miliardi di euro di contributi sociali, e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi. Solo una parte di questi contributi netti si tradurrà un domani in pensioni: secondo i calcoli dell’Istituto, gli immigrati hanno finora “donato” al nostro paese circa un punto di PIL di contributi sociali, grazie a circa 300 milioni ogni anno di erogazioni a fondo perduto.

Le istituzioni per contro finora non si sono impegnate a sufficienza per combattere lo sfruttamento dei braccianti stranieri nelle regioni del Sud Italia.

4) Smartphone e wifi: allora non sono poveri!

Il fatto che un richiedente asilo sia stato costretto a lasciare il proprio Paese e che abbia investito una considerevole cifra di denaro nel viaggio che l’ha condotto in Europa non fa di lui un povero a tutti gli effetti. Questo pregiudizio, si fonda su una serie di associazioni cognitive errate che ci impediscono di associare l’immagine del migrante disperato sul barcone con il cellulare che noi tutti abbiamo nella tasca.

La responsabilità, anche in questo caso, è parzialmente attribuibile ai media che, negli ultimi anni, hanno costantemente rappresentato il migrante in una cornice “pietistica. Fotografie e video reportage, in cui richiedenti asilo sono protagonisti, nella maggior parte dei casi sono narrazioni di dramma e storie di vittime che devono smuovere le coscienze. Il migrante non viene mai rappresentato come un soggetto attivo e artefice delle proprie decisioni. Se fosse possibile compiere questa inversione rappresentativa e cognitiva, come del resto alcuni giornalisti e alcune testate si impegnano a fare, sarebbe più naturale rendersi conto che lo smartphone è un bene di prima necessità per il migrante.

Molto più di una valigia, il cellulare è lo strumento grazie al quale ciascuno può mantenersi in contatto con la propria famigliaconservare alcuni ricordi, ma anche geolocalizzarsi in Europa per capire, di preciso, dove ci si trova, confrontarsi con i compagni di viaggio, condividere eventuali cambiamenti o pericoli sulla rotta. La tecnologia, inoltre, ha un ruolo sempre maggiore anche direttamente in Europa: l’accoglienza si fa anche attraverso app e siti web. Ciò permette di comprendere anche perché la richiesta di una connessione wifi accessibile non sia un vezzo, ma uno strumento irrinunciabile nella vita quotidiana.

Migrant_numeri

5)“I migranti portano le malattie”

“Nel corso di oltre dieci anni di attività mediche in Italia, Msf non ha memoria di un solo caso in cui la presenza di immigrati sul territorio sia stata causa di un’emergenza di salute pubblica”, scrive la Ong. Spesso, associate all’arrivo dei migranti, vengono citate malattie come tubercolosi, ebola e scabbia.

La tubercolosi è presente in Italia da decenni, non ha a che fare con i flussi migratori. Per quanto riguarda l’epidemia dell’ebola, anche in questo caso non c’entra con i migranti.

“Sono almeno 5.000 i chilometri da percorrere per arrivare alle coste del Nord Africa dai paesi dove si manifesta il virus ebola ed è impensabile percorrerli per via terrestre in meno dei 21 giorni che rappresentano il periodo d’incubazione della malattia”, scrive ancora Msf. “Il virus Ebola è molto letale e nella maggior parte dei casi provoca malattia sintomatica e poi morte nell’arco di pochi giorni dall’infezione”.

La scabbia è una malattia della pelle ed è più facile contrarla in condizioni igieniche scarse. Si diffonde con contatti ravvicinati. Questa malattia è in Italia da sempre e il trattamento per curarla è semplicissimo, basta una pomata.

Non è vero che dopo lo sbarco sulle coste italiane, i migranti non subiscono alcun controllo sanitario. Il ministero dell’Interno e il ministero della Salute attuano procedure di screening sanitario.

Le condizioni precarie in cui vivono i migranti dopo il loro arrivo in Italia contribuiscono a esporli a diverse malattie, e il fatto di vivere ai margini della società rende più difficile l’accesso alle cure mediche.

Riguardo ai casi di meningite in Toscana è intervenuto Roberto Burioni, professore ordinario di microbiologia e virologia al San Raffaele di Milano. “Una delle bugie che più mi infastidiscono è quella secondo la quale gli attuali casi di meningite sarebbero dovuti all’afflusso di migranti dal continente africano”, scrive sulla sua pagina Facebook Burioni. “In Europa i tipi predominanti di meningococco sono B e C, ed in particolare i recenti casi di cui si è occupata la cronaca sono stati dovuti al meningococco di tipo C; al contrario, in Africa i tipi di meningococco più diffusi sono A, W-135 ed X. Per cui è impossibile che gli immigrati abbiano qualcosa a che fare con l’aumento di meningiti in Toscana. Chi racconta queste bugie è certamente un somaro ignorante”.

6)”Sono pericolosi, spacciano e rubano!”

Numerosi studi internazionali hanno evidenziato l’inesistenza di una corrispondenza diretta tra l’aumento della popolazione immigrata e l’incremento del numero di denunce per reati penali. E’ pur vero che sono molti i detenuti stranieri nelle carceri italiane (il 34% dei reclusi, al 30 settembre 2016), ma ciò è dovuto a una serie di fattori precisi. In particolare, a parità di reato gli stranieri sono sottoposti a misure di carcerazione preventiva molto più spesso degli italiani, che ottengono invece con maggiore facilità gli arresti domiciliari (o misure cautelari alternative alla detenzione, una volta emessa la condanna). La stessa azione di repressione opera con più frequenza nei confronti degli stranieri, che con maggiore facilità sono sottoposti a fermi e controlli di routine da parte dalle forze di polizia.

Affermare semplicisticamente l’esistenza di un legame diretto tra immigrazione e criminalità e sostenere una maggiore propensione alla delinquenza tra gli stranieri rispetto ai nostri connazionali è il risultato di una generalizzazione, spesso basata su pregiudizi e su una superficiale analisi dei dati, che non aiuta a comprendere fino in fondo la complessità delle dinamiche sociali in atto.

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7)”Aiutiamoli a casa loro!”

La comunità internazionale da decenni si pone come obiettivo di eliminare la fame e la povertà estrema ma, nonostante gli sforzi e gli investimenti, i risultati sono ancora insufficienti. E in ogni caso, gli aiuti internazionali da soli non bastano a consentire il rientro a casa in sicurezza di chi fugge da conflitti, persecuzioni e violenza. In alcuni contesti, poi, l’instabilità è tale che non esistono le garanzie minime di sicurezza necessarie per mantenere programmi di assistenza.

L’Unione Europea, invece di estendere la protezione e l’assistenza a chi ne ha più bisogno, sta concentrando la sua attenzione sulla deterrenza: controlli di frontiera e il respingimento verso i paesi di origine o terzi. Questo approccio non impedirà alle persone di raggiungere l’Europa, ma aumenterà soltanto le reti di trafficanti, mettendo ancora più a rischio la vita di chi fugge. Il solo modo per far fronte a questa crisi umanitaria è garantire vie legali e sicure per raggiungere l’Europa, favorendo l’accesso al diritto di asilo e alle misure di ricongiungimento familiare, e allo stesso tempo migliorando le condizioni di accoglienza.

Sbarchi Italia_statistiche

Di Nicola Mariani

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